Come si fa a non partecipare al KublaiCamp del 30 gennaio? Mi dovete dire una sola ragione per cui si debba rinunciare a un evento così, ad alto tasso di creatività sociale.
Non vi fidate delle mie parole? Andate a guardare il programma emergente, nato dalle “primarie” della comunità kublaiana.
Dagli elevators pitch di finalisti e non (cos’è un elevator pitch? Venite e lo scoprirete…), all’esplorazione degli spazi creativi accuditi anche da Kublai, dall’ introduzione all’analisi strategica e alla redazione di un business plan alla questione del finanziamento dei progetti fino a giungere all’ufficio sulla nuvola passando per le esperienze di Second Life e le istruzioni per presentare al meglio un progetto creativo.
E poi ancora la scelta dei vincitori, romanzi in progress, torri di Asian, kublai beer ex ante ed ex post e ancora…
E la location! Uno spazio molto “wired” (e a prova di calamità…) nel quartiere Ostiense, in piena renaissance culturale e artistica.
Convinti? Allora iscrivetevi qui. Non convinti? Non ci credo.
Tanto per riprendere confidenza con questo povero blog, così trascurato e avvizzito, mi cimento nel tentativo di dare qualche risposta a Gotor, che espone alcuni timori legati al “filo della Storia smarrito in Rete”.
La prima questione riguarda proprio il titolo dell’intervento: esiste un filo della Storia? O la Storia è formata da una trama di fili intrecciati, una rete (appunto) strettamente interconnessa di eventi, luoghi, persone, idee?
In ogni caso la sua narrazione e ancor più la sua interpretazione dovrebbe nascere dall’analisi sempre più raffinata e profonda dei legami e delle interazioni che si formano e si disfano nel tessuto delle società. E per questo è necessario avere a disposizione il maggior numero possibile di dati e informazioni.
La digitalizzazione di archivi e biblioteche e l’immissione del loro contenuti nello spazio aperto e accessibile della Rete sta creando nuove possibilità di analisi e di ricerca, attraverso prospettive insolite, permettendo di far emergere non solo legami e connessioni spesso sommerse tra gli eventi storici ma anche di rinnovare un passato mai così presente e “vivo” come oggi. Il timore, manifestato da Gotor, di selezione arbitraria dei materiali da digitalizzare mi sembra infondato e ancor più il pensiero che siano motivazioni come il risparmio, la superficialità e la pigrizia a spingere verso la conversione digitale delle fonti storiche. Anzi, è proprio la passione e la determinazione a voler preservare e rendere disponibili le informazioni al maggior numero possibile di studiosi e ricercatori la molla che spinge archivi e biblioteche, nonché associazioni e appassionati, a svolgere un lavoro lungo e delicato.
L’affermazione che oggi, nella bi-dimensione fisica/digitale sempre più interconnessa e interdipendente, si viva in un continuo presente fagocitato da se stesso potrebbe rappresentare un problema per un sociologo, forse per un filosofo ma certamente non per uno storico: perché il presente, il quotidiano, ogni atto e avvenimento, ogni pensiero e ogni idea, ogni causa e ogni effetto, mai come oggi hanno la possibilità di diventare memoria permanente, storia registrata momento per momento. Una manna per gli storici del futuro prossimo, che potranno osservare (avvalendosi di approcci innovativi alla Storia, per esempio attingendo alla teoria della complessità e alle neuroscienze) la continua e incessante trasmutazione della storia, delle storie nella Storia.
Per questo trovo discutibile anche l’asserzione che:
una documentalità evanescente e liquida che renderà in futuro più impalpabile la ricostruzione dei movimenti preparatori e delle decisioni che hanno portato alla definizione di alcune scelte esecutive in campo culturale o politico.
Al contrario, i percorsi e le vie, anche tortuose e imprevedibili, che hanno portato a decisioni e scelte saranno sempre più ripercorribili con una sorta di reverse engineering storico, in grado di ricostruire il passato attraverso lo studio delle ramificazioni dell’albero delle scelte a partire dal germoglio del presente.
Allo stesso modo non credo che il problema dell’attendibilità dei dati su internet sia di ostacolo a una ricerca storica, non più di quanto sia stato fino a oggi il reperimento stesso di fonti e materiali: individuare l’origine degli errori, ripercorrere la storia di un’informazione, verificare un fatto risulta se non facile almeno possibile sfruttando i collegamenti tra i nodi e gli strumenti a disposizione di quel grafo globale che è il Web.
Ma ora che i dati personali e le informazioni “sensibili” vengono sempre più trasferiti dal proprio computer a servizi online “on the cloud” come faranno gli investigatori per risolvere i casi? Si dovrà chiedere l’accesso all’account al fornitore del servizio? Mandato di visualizzazione?
Scrivo dei nomi a caso, tra esperti, giornalisti, imprenditori, studiosi italiani della Rete: Giovanni Boccia Artieri, Giuseppe Granieri, Vittorio Zambardino, Sergio Maistrello, Luca Conti, Anna Masera, Alberto D’Ottavi, Guido Scorza…probabilmente potrei aggiungerne altri.
Ora, come mai tutti loro non hanno due-righe-due di bio su Wikipedia Italia? Va bene che non sono calciatori (basterebbe di serie C…) ma ho come il sospetto che questa assenza sia una prova di qualcosa. O no?
Filtr it!, il patchwork-magazine condiviso nato da un’idea di Giuseppe Granieri e Sergio Maistrello, è un esperimento interessante, di cui seguo gli sviluppi e a cui contribuisco come “segnalatore”.
Ma una riflessione è necessaria: non è che per attenuare l’information overload scivoliamo nello sharing overload?
L’atto di condividere, oltre che vagamente ossessivo-compulsivo, è divertente grazie ai sempre più numerose iconcine dedicate e alle apposite estensioni del browser che “catturano” il contenuto e lo rilanciano ma ormai, quando navigo in Rete e voglio condividere un link, un articolo o un post mi trovo a dovere scegliere tra diverse possibili destinazioni della mia segnalazione: da Facebook al mio tumblr o a quello di To report, da FriendFeed a Twitter e ora a Filtr it! (senza contare le email utilizzate per raggiungere i meno web addicted…)
Diverse applicazioni permettono di inviare il contenuto da condividere simultaneamente a più destinazioni ma il problema persiste sia da un punto di vista funzionale che da un punto di vista cognitivo: ogni atto di condivisione diventa sempre più “pesante” perché occorre valutare coscienziosamente a quale “audience” la segnalazione può risultare utile.
Ogni lettura in Rete è ormai una palestra mentale non indifferente, che implica attenzione e analisi in vista della valutazione (”Mi piace?”), della condivisione ponderata, della conversazione (commenti).
Status, notifiche, segnalazioni di presenza sono ormai segnali abituali che accompagnano la nostra vita nello spazio sociale online.
E se trasferissimo queste funzionalità nel contesto della nostra esistenza “fisica”quotidiana?
Un gruppo di ricercatori europei sta sperimentando un sistema chiamato ASTRA, che tramite sensori e smart objects, creano attorno ad ogni individuo una sorta di aura informativa in grado di inviare e ricevere messaggi e aggiornamenti in modo automatico dalla sua rete sociale.
Per esempio, entrando in ufficio un sensore rivela la nostra presenza, aggiornando il nostro status su Facebook (”Sono in ufficio”), rendendoci disponibili per chiamate e chat di lavoro e visualizzando attraverso i colori di un’opera astratta il carico di lavoro previsto per la giornata.
Al rientro a casa, lo status è aggiornato, vengono abilitati i contatti con i nostri famigliari e delle piantine artificiali ci indicano con il loro movimento se qualcuno dei nostri amici è già rientrato in casa (vedi video).
Il modello è definito focus-nimbus: il primo termine definisce il tipo e la quantità di informazioni che si scelgono di ricevere, il secondo tipo e dettaglio di informazioni che si vogliono condividere con gli altri. La privacy è garantita da questo sistema di regole, che definisce il livello di apertura della finestra affacciata sulla nostra esistenza.
Questo sistema di “percezione pervasiva” è un’altra delle tante sperimentazioni in atto di realtà aumentata, sperimentazioni che producono però, dopo anni, risultati ancora acerbi e incerti, malgrado l’entusiasmo che accompagna ogni nuovo annuncio di progetti o applicazioni.
‘Insegnanti’ non sono più solo i docenti scolastici e universitari, ma una sfera molto più ampia di figure professionali impegnate ad esempio nel mondo della formazione permanente, della formazione aziendale, della mediazione informativa, della pubblica amministrazione. E la formazione on-line può avere anche lo scopo di spiegare all’utenza come ricevere determinati servizi o compiere determinate operazioni via rete, o ancora di distribuire informazione con la consapevolezza che spesso occorre aiutare l’utente nel compito sempre più complesso di selezionarla e valutarla. [...] La rete è ormai per molti versi il nostro principale strumento di scambio informativo, e la formazione è anche scambio informativo: è dunque inevitabile che la rete sia anche, e forse soprattutto, uno spazio di formazione e di apprendimento. Ma la formazione non è solo scambio informativo: è anche costruzione collaborativa di conoscenze, discussione critica, sperimentazione.
Utilizzando la nuova licenza ccLearn, la licenza Creative Commons per materiali didattici, gli organizzatori del master metteranno online contenuti e materiali didattici sviluppati per i corsi convinti che:
anche se i contenuti didattici rappresentano una componente importantissima del nostro master, non lo esauriscono. Il valore aggiunto rappresentato dall’iscrizione formale al master è dato dalla partecipazione a una comunità di apprendimento che utilizza questi (ed altri) contenuti in maniera organizzata e guidata, all’interno di un percorso di apprendimento monitorato e certificato, orientato alla costruzione collaborativa di conoscenze e dotato di strumenti avanzati di interazione.
Speriamo però che almeno alcuni di questi contenuti possano risultare utili e interessanti anche per chi non partecipa a questo percorso (e possano magari anche invogliarla/o a iscriversi!), o possano essere utilizzati anche all’interno di percorsi formativi diversi.
Il costo per il primo anno è di 950 euro, le iscrizioni scadono il 15 novembre 2009.
Gli stessi ricercatori hanno ora dimostrato che queste modificazioni appaiono fin dalla prima settimana di navigazione su Internet e confermano che l’uso del Web è una semplice forma di esercizio mentale che migliora i processi cognitivi negli anziani.
Volete conoscere la storia sconosciuta del primo e unico cosmonauta russo arrivato sulla Luna nel 1975?
Non avete che da contribuire al finanziamento del film di fantascienza “El Cosmonauta“.
Il progetto del collettivo spagnolo Riot Cinema ha adottato la filosofia del crowdfunding per raccogliere parte dei soldi necessari alla realizzazione dell’opera: basta donare almeno 2 euro o acquistare i gadget proposti per diventare micro-produttori del film, con tanto di citazione nei titoli di coda. Con mille euro si diventa investitori e si partecipa alla suddivisione degli eventuali utili.
Il film sarà interamente distribuito su Internet sotto licenza Creative Commons, quindi con piena libertà di copiare, modificare, remixare e con il solo obbligo di citare gli autori del contenuto originale.
Un consorzio di università americane, capitanate dalla Duke University, dalla Stanford University e dall’Università di Rochester ha creato Futurity.org, magazine online dedicato alle ricerche che si svolgono nelle più prestigiose università del Canada e degli Stati Uniti.
Gli articoli sono suggeriti dalle stesse università, quindi vagliate e selezionate da un editor.
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