
Zembly è un ambiente di sviluppo online per la creazione e condivisione di social applications. Ideato da Sun Microsystems, Zembly permette di sviluppare applicazioni per le più comuni piattaforme social come Facebook e Meebo, per progetti come OpenSocial, per dispositivi mobili come l’ iPhone, per Google Gadgets e per molti altri servizi.
Utilizzando una suite di software e tecnologie quali Solaris, Java, Glassfish e MySQL Zembly mette a disposizione una serie di wizard che guidano lo sviluppatore passo dopo passo durante la creazione dell’applicazione, facilitando operazioni come l’ottenimento di application key e secret key , la creazione di widgets o la pubblicazione dell’applicazione. Uno speciale motore di ricerca trova i web services e le API dei servizi che si vogliono utilizzare e integra automaticamente il codice nell’editor. Possono essere riutilizzati altre applicazioni – o frammenti di queste – già realizzate con Zembly. E’ disponibile un wiki con informazioni utili e tutorial dettagliati a disposizione di chi volesse provare il brivido di sviluppare un’applicazione social.
Seppur non rendendo così “facile ed immediata” la realizzazione di applicazioni – è comunque necessario conoscere Javascript, HTML CSS nonché avere qualche dimestichezza con i servizi web e con le API-, questa piattaforma sembra essere uno strumento potente a disposizione degli sviluppatori e degli utenti esperti per costruire “oggetti web” in grado di popolare e sfruttare al meglio i socio-sistemi della Rete.
Attualmente Zembly dovrebbe essere in beta privata ma io non ho avuto problemi ad iscrivermi al servizio
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E se il web 2.0 non fosse un’ “era” nella storia della Rete ma solo un prodromo? Quello che sta accadendo con i social network mi sta facendo riflettere. Prendiamo Facebook. Il suo successo anche tra coloro che non frequentavano abitualmente il Web è indubbio. Persone che non avevano mai aperto un blog, che non mettevano online foto e video, che non condividevano link, che non utilizzavano chat o servizi tipo Twitter, che non frequentavano communities improvvisamente diventano assidui utilizzatori di questi strumenti nella loro versione integrata in Facebook.
Quali sono le cause di questo innamoramento collettivo per questo social network in particolare? Probabilmente un impatto iniziale addolcito dal contatto con persone conosciute, la sensazione di essere in un ambiente “protetto”, l’apparente semplicità d’uso – che nasconde una rozza gestione delle informazioni come rilevato da Zambardino, gli stimoli continui ad essere “attivi” (anche solo per rispondere a quiz e test), la tendenza a riprodurre luoghi, situazioni, dinamiche della vita sociale offline . Gli utenti interagiscono tra di loro in Facebook e nella realtà analogica, anche grazie a Facebook. Non si avverte stacco tra la vita e le esperienze quotidiane “là fuori” e quella che avviene tra i quattro lati degli schermi. Cosa piuttosto scontata tra i nativi digitali, assai meno per chi aveva un rapporto saltuario o meccanico con la Rete, o per chi non la frequentava affatto.
Credo che le funzionalità più interessanti, da un un punto di vista sociologico (e psicologico) siano
- lo status, che permette di “appiccicare” una nuvola che, come nei fumetti, rende visibili frammenti della propria esistenza e del proprio flusso di coscienza. Frammenti che, finalmente, possono essere sottoposti in “real time” al giudizio, si spera benevolo e complice, degli “altri”.
- il Wall, dazibao ego-centrico, vetrina intermittente dei nostri dialoghi minimi.
- il News Feed, il reality show più seguito (e senza la Ventura…).
- i gruppi, con cui cerchiamo alleati per le nostre passioni, le nostre idiosincrasie, le nostre speranze.
- i Commenti, su tutto, su tutti. Mi commentano, dunque sono.
Tutti strumenti, questi e gli altri, che già esistevano ma che uniti in un unico ambiente si rafforzano a vicenda facendo emergere un seducente socio-sistema.
Sembra che Facebook sia la prima applicazione dopo l’email che incida in maniera profonda ed immediata nella vita di tutti i giorni di persone di ogni genere. Perché? Perché è un servizio generalista, che in qualche modo può essere associato al corrispondente modello televisivo. Non è un social network professionale o di nicchia, non è rivolto ad una particolare categoria sociale o ad una determinata fascia generazionale, non occorre produrre video o foto o contenuti particolari. C’è un po’ di tutto, niente in particolare.
C’è un’altra considerazione da fare. Causa ed effetto collaterale insieme, la massa critica di gente “qualunque” che lo popola trasforma Facebook in una intrigante ed insidiosa macchina del tempo. Ritrovare vecchi amici, antichi amori, amanti e colleghi di un era passata induce al confronto tra il nostro percorso di vita e quello degli altri. Qualche volta specchiandoci in loro ci collochiamo nella schiera dei vincenti, altre volte in quella dei perdenti.
Chi abbia vissuto la surreale esperienza di chattare contemporaneamente con il primo amore e con il grande amore – e magari con l’attuale amore – non può non aver provato una sensazione di sdoppiamento: le porte scorrevoli delle alternative che si riaprono, nuove linee di mondo si materializzano, presenti paralleli in cui le scelte fatte sembrano non più così definitive.
Un ultima nota. Sembra che, in un certo senso, stia ritornando l’epoca dei portali. La differenza è che adesso ognuno ha il suo, magazine multimediale in tempo reale redatto in collaborazione con i propri lettori-autori, pieno di articoli più o meno interessanti, di terze pagine, di gossip, di ultim’ora (o minuto…), di speciali, di brevi, di editoriali, di segnalazioni, di rubriche. E’ probabile che questo portale-lifestream personale fagociti tutti i servizi e le applicazioni che sono ora sparsi, dai blog alle email, dai sistemi di IM a quelli di microblogging, dai calendari condivisi al social bookmarking, ai servizi di condivisione di foto e video, alle personal web-tv. Via desktop, laptop, netbook, smart-phone la nostra home digitale sarà il nostro definitivo punto di accesso e di uscita dalla Rete nonché la nostra sintesi digitale.
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…e Facebook prima rallentò, poi impazzì, poi scomparve.
La nave madre proveniente da ε Eridani sorrise. O forse era un ghigno.
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Mi sono iscritto all’ennesimo social network, Plaxo. Ora, a parte il solito discorso sul doversi ricostruire ogni volta il profilo – Open Social o equivalenti salvateci voi – mi ha impressionato il fatto che inserendo come dati solo il mio nome e l’università frequentata (non la facoltà) mi siano subito comparsi come possibili contatti sette persone che conoscevo a vario titolo, una solo delle quali legata all’università.
Sarebbe interessante capire come funziona e da quali fonti attinge esattamente l’”accoppiatore” di Plaxo…
update: ho scoperto che Plaxo supporta OpenSocial. Ma il progetto per la portabilità di profili e dati è molto lento nel progredire…
Categoria Pensieri | Tags: opensocial, plaxo, social network | 3 Commenti »
Una ricerca francese rivela che una i social network potrebbero essere uno strumento di mobilità sociale.
I ricercatori degli Orange Labs, con la collaborazione de la FING (Fondation Internet Nouvelle Génération) e della start-up Faber Novel, hanno verificato che gli internauti di origine modeste o di basso livello di istruzione tendono ad essere meno selettivi nell’accettare richieste di amicizia in siti come Facebook o MySpace. Mentre laureati e professionisti analizzano il profilo del richiedente, operai ed impiegati accettano subito la richiesta.
Questo comportamento potrebbe essere spiegato, spiega il sociologo Dominique Cardon responsabile della ricerca, come il tentativo
di ampliare il loro circolo relazionale al di là del perimetro economico e culturale di partenza.
La ricerca ha anche evidenziato come gli utenti con un più elevato livello d’istruzione costruiscano con più attenzione e prudenza la propria identità digitale, anche se si rivelano più portati a prendere l’iniziativa del contatto rispetto agli utenti meno istruiti ma più “esibizionisti”.
[via internetActu]
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Paroliamo era bel un gioco televisivo fine anni ‘70-anni ‘80 andato in onda prima su Telemontecarlo con la conduzione di Lea Pericoli poi su Rai Due all’interno di Tandem, programma per ragazzi condotto da Fabrizio Frizzi (giudice e successivamente conduttore Marco Danè).
Scopo del gioco – versione italiana del gioco francese “Des chiffres et des lettres” – era creare la parola più lunga con un insieme di dieci carte pescate in due mazzi, uno rosso con le vocali ed uno blu con le consonanti.
La cosa triste è che, come recita la voce di Wikipedia, Paroliamo andò in onda
fino al 1989 anno in cui Raidue non lo mandò più in onda dichiarando che il gioco era troppo difficile per il pubblico italiano. Paroliamo, in Francia e in altri Paesi, va ancora in onda oggi nel 2008.
ps il gioco versione casalinga ce l’ho ancora, un po’ ammuffito ma sempre divertente…
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