Blockchain

blockchain chronicles # 9 — la cultura e l’arte nei blocchi, l’utopia codificata tra democrazia e business

Fonte: Andreas Levers via Flickr — CC BY-NC 2.0

Uno dei settori che più mi interessano riguardo le sperimentazioni blockchain è quello culturale. Ne avevo scritto tempo fa, citando qualche progetto.

Questa settimana su Mèta-Media, magazine online francese, François Fluhr di France Télévisions-MediaLab riepiloga in un post vantaggi e problematiche nell’uso della tecnologia blockchain in ambito culturale.

Oltre che come strumento per proteggere la proprietà intellettuale, le blockchain (curiosamente chiamate col termine inglese anche dai francesi) sembrano promettere la remunerazione automatica, equa e senza intermediazione di tutti coloro che contribuiscono alla realizzazione di un’opera, come un film o un documentario. Viene citato l’esempio della startup francese Scenso.tv, che ha un catalogo di opere online dedicato agli spettacoli “dal vivo”: teatro, opera, concerti, danza. La parte dell’abbonamento dedicata agli artisti viene ridistribuita solo agli spettacoli che sono stati visti dallo spettatore. Se l’utente vede un solo spettacolo in un mese, saranno gli artisti di quello spettacolo a ricevere l’intera somma.

Anche la possibiltà di reali micropagamenti viene citata: l’opera — una canzone, un film —sarebbe pagata con una frazione di criptovaluta solo nel momento dell’effettiva fruizione (in streaming per esempio), superando il sistema dell’abbonamento, non in grado di remunerare in modo adeguato gli artisti. Aggiungo che potrebbe esserci un pagamento ancor più granulare, in base all’effettivo numero di secondi o minuti ascoltati o visualizzati.


Nei giorni scorsi ho spulciato paper e ricerche su academia.edu, ne riporto alcuni tra i più interessanti che ho trovato in questa “tornata”.

Sempre a proposito di cultura e più specificatamente di arte,
Rachel O’Dwyer, ricercatrice al Trinity College di Dublino, esplora i nuovi modelli di business per i beni digitali resi possibili dalle blockchain.

Creare scarsità artificiale unita a certificati di autenticità e proprietà è uno degli approcci che si stanno sperimentando per rendere “uniche” e preziose opere d’arte digitali. Oltre a Monegraph, di cui mi sono occupato nel post indicato all’inizio, si parla di Ascribe; questa piattaforma usa la blockchain bitcoin (in particolare gli indirizzi) per garantire la paternità dell’opera digitale e tracciarne i trasferimenti di proprietà in maniera trasparente e ”pubblica”. Per chi voglia saperne di più, c’è il whitepaper, ovviamente registrato con lo stesso sistema che descrive.

Sarah Mansky dell’Universita della Californiasi interroga nel suo articolo di ricerca sulle due facce delle blockchain. Da una parte un commonwealth tecnologico composto da attivisti, imprenditori e cooperative spinge sulle caratteristiche social-libertarie della tecnologia, come la disintermediazione, la capacità di “abilitare” la fiducia tra le parti in causa, la trasparenza e l’immutabilità dei dati: in pratica sono i sostenitori delle blockchain pubbliche. Dall’altro lato consorzi di grandi aziende, corporazioni e multinazionali sono più interessati a blockchain private che permettano loro di mantenere un controllo centralizzato, sfruttandone solo gli aspetti in grado di rendere più efficienti e produttive le business networks.

L’ambivalenza della tecnologia blockchain, o meglio della filosofia anarco-liberista da cui viene circondata, è anche l’argomento centrale dello scritto di Moritz Hütten della Darmstadt Business School. Analizzando le vicende di The DAO, il fallito tentativo di creare un fondo di capital venture decentralizzato e autonomo basato su Ethereum, Hütten rivela come l’utopia di sistemi perfettamente democratici e asetticamente guidati da un “hard code” si scontri, come destino delle utopie, con la realtà del “fattore umano”. Nel caso delle blockchain pubbliche è innegabile che un’ èlite di sviluppatori ne controlla de fatco i destini bypassando la speranza di un sistema “management-free; la mancanza di regole e procedure non codificate (definizione paradossale) a priori favorisce interventi e manovre oscure, ripescate dalla parte peggiore di quella “politica” che si vuole superare. Come stiamo verificando qui in Italia con il movimento che accarezza maldestramente questo genere di utopie.

Pubblicato originariamente su Medium.

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