
Come può il capitalismo, che si basa sulla proprietà privata, gestire l’avanzata impetuosa dell’economia e della società della conoscenza, che è un bene comune, non esclusivo, non competitivo e inesauribile?
A questa domanda fondamentale cerca di rispondere Enrico Grazzini, esperto in economia della comunicazione e dell’innovazione, nel suo “L’economia della conoscenza oltre il capitalismo – Crisi dei ceti medi e rivoluzione lunga” (Codice Edizioni, 2009), sostenendo la tesi che il capitalismo, pur inefficiente e insufficiente nel contesto dell’economia immateriale della conoscenza e dell’intelligenza collettiva, riuscirà a adattarsi e che quindi non ci sarà una rivoluzione — al limite una “rivoluzione lunga” — ma una trasformazione graduale verso un sistema diverso, dominato non dalla scarsità ma dall’abbondanza, non dalla competizione ma dalla collaborazione. Questo passaggio dovrebbe essere stimolato e guidato da una nuova classe sociale, quella dei lavoratori della conoscenza (knowledge workers, che Grazzini identifica con coloro che hanno ricevuto un’educazione formale di medio-alto livello), eterogenea e trasversale ma che controlla già il mezzo di produzione dominante di questa nuova era: la conoscenza, appunto.
L’esplosione dell’economia della conoscenza è dovuto, secondo Grazzini, ad un mix sorprendente tra la controcultura e l’etica hacher del ‘68, l’istruzione di massa voluta dalle famiglie e le politiche neo-liberiste.
La conoscenza, che viene cercata e sfruttata per cercare vantaggio concorrenziale dal capitalismo, il free riding per eccellenza, viene poi da esso ingabbiata per limitarne gli aspetti più “pericolosi”, come la sua tendenza a diffondersi liberamente e a favorire modelli produttivi alternativi, basati su una struttura reticolare non gerarchica, meritocratica, collaborativa e trasparente.
La tecnologia oggi dominante, Internet, è “ il prodotto specifico dei lavoratori della conoscenza, e rappresenta la dimostrazione del loro potere tendenzialmente autonomo nel campo della comunicazione e della conoscenza.” Il fatto che questa tecnologia non solo erediti lo spirito aperto e libertario dei suoi creatori ma abiliti i suoi utenti a creare e diffondere con facilità idee, informazioni e innovazioni la rende oggetto di tentativi più o meno espliciti di controllo, di ridimensionamento, di censura. Sono i knowledge workers, benché ancora divisi e privi di un’identità certa, coloro che dovrebbero – come già stanno iniziando a fare con i movimenti di opinione che nascono e si diffondono nella Rete – organizzarsi e mobilitarsi per ottenere dal potere politico una gestione democratica, trasparente e innovativa dei beni comuni, come la conoscenza e il suo messaggero, Internet.
Abbiamo detto che Grazzini sostiene una tesi, quella dell’evoluzione graduale dell’attuale capitalismo industriale e finanziario-speculativo verso un capitalismo “illuminato” che integri senza remore e vincoli l’economia della conoscenza; tale tesi viene però contraddetta ogni volta – e capita spesso – in cui si citano le differenze quasi inconciliabili tra le idee fondanti del capitalismo, come quella dell’utilitarismo egoistico, e la “democrazia economica” che si base su valori etici progressivi, come sull’altruismo, sulla collaborazione, sullo scambio trasparente e sulla reciprocità.
Al di là di questa dicotomia, il libro è interessante e puntuale, ricco di dati soprattutto nella parte dedicata all’analisi delle politiche dell’innovazione nei vari stati industriali; meno convincente e originale la seconda parte, quella che si occupa della Rete in cui i debiti, riconosciuti dall’autore, a testi come “La ricchezza della Rete” di Benkler e “Wikinomics” di Tapscott sono evidenti.
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…e il suo “Uno per uno, tutti per tutti” (Codice Edizioni, 2009) mi ha deluso. Una raccolta di use cases, tra cui gli sfruttatissimi esempi di Wikipedia e di Linux, con poche analisi piuttosto superficiali e scontate.
Mi segno solo la scala della partecipazione: condivisione, collaborazione, produzione collaborativa, azione collettiva. Ogni gradino aggiunge valore e complessità all’interazione sociale. Molto buona la traduzione di Federico Fasce.
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Dopo Elementi teorici per la progettazione dei Social Network – di cui avevo parlato in questo post - Gianandrea Giacoma e Davide Casali proseguono nel loro studio sulle componenti psicologiche e sociali che definiscono ed animano una rete sociale online.
Il nuovo lavoro, dal titolo Design motivazionale – Usabilità sociale e Group Centered Design, si focalizza in particolare sul mondo aziendale, sottolineando ancora una volta l’attenzione non sull’utente ma sulla persona. Dicono gli autori nell’introduzione:
L’utente torna ad essere “persona”, quindi considerata anche sul livello psicologico, motivazionale e comportamentale, senza scissione fra mondo fisico e mondo digitale: la persona è una, con differenti livelli in rapporto al contesto che si va ad osservare.
Si tiene quindi conto di comportamenti non solo online e delle dinamiche che sottendono i suoi comportamenti, producendoli e incanalandoli.
Uno dei punti fondamentali, che riprenderemo durante il documento, è l’alleanza con la persone e non solo con l’utente e il professionista che utilizza un sistema a social network.
Abbiamo chiamato questa metodologia il Design Motivazionale.
In ogni social network, in ogni sistema che abbia un livello minimo di funzionalità in grado di favorire l’interazione interpersonale, vi sono un insieme base di Motivazioni Relazionali, di forze di natura istintuale e psicologica che spingono l’utente a partecipare attivamente alla vita della comunità. Competizione, desiderio di eccellere, curiosità, senso di appartenenza ad un gruppo sono elementi che non possono essere ignorati nella progettazione o nell’analisi di una rete sociale online, sia essa aziendale o rivolta a tutto il Web.
“Capire le modalità espressive delle Motivazioni Relazionali permette di approcciare meglio i progetti”, sostengono gli autori, dedicando al Design Motivazionale un’attenta analisi, derivante anche dalle loro esperienze “sul campo”, nell’arena delle realtà aziendali.
Il Design Motivazionale è una combinazione di progettazione centrata sull’utente, di usabilità sociale e di dinamiche motivazionali sempre sotto il vincolo dei flussi circadiani e dei bisogni funzionali, cioè dei motivi pratici che spingono gli utenti ad utilizzare i social network. Stimolare la reale partecipazione e la collaborazione all’interno del mondo aziendale è una sfida che può essere vinta attraverso la graduale unione delle due anime che convivono in un individuo in questo contesto, quella della persona e quella del professionista.
L’ultima parte del lavoro fornisce una preziosa guida per la fase che precede la progettazione vera e propria, quella dell’analisi, che permette di “ottenere tutti gli elementi necessari per fornire alla progettazione un panorama chiaro di quali siano le forze in gioco e a cosa si debba prestare particolare cura”. Cosa e come analizzare, su quali punti focalizzare l’attenzione, quali documenti produrre: queste sono le informazioni che Gianandrea e Davide forniscono ai lettori interessati.
Una raccomandazione in particolare gli autori tengono a dare; visto che una rete sociale è un sistema complesso
il metodo migliore per progettare sistemi [...] è quello di effettuare una implementazione graduale: piccoli cambiamenti per gradi, progettando, implementando e rilasciando singole funzionalità atomiche, per poi osservare le trasformazioni che queste modifiche causano nelle persone e sull’utilizzo dello strumento.
Un testo, questo, di grande aiuto per chi debba progettare ex novo o ridisegnare una piattaforma di social networking a cui, forse, è necessaria un’ulteriore fase di editing per limare qualche imperfezione ed alcuni passaggi oscuri: alle volte la volontà di utilizzare definizioni formali appesantisce la lettura, rendendo più difficile la comprensione di alcuni concetti.
Ma, ricordiamo, quest’opera nasce in un’ottica collaborativa e di work in progress: chi volesse contribuire con suggerimenti, proposte, critiche potra farlo tra breve in un apposito wiki.
Approfitto di questo post per segnalare un paper affine, “A cognitive perspective on social informatics”, scritto da Keiichi Nakata dell’Università di Reading (UK). In questo lavoro viene proposto di sviluppare un campo di studi che si dedichi all’human–community interaction. Nella tradizionale HCI (Human-Computer Interaction) il focus è rivolto all’interazione tra essere umano e sistema informatico; nella nuova disciplina il sistema è rappresentato dalla comunità, visto come un insieme di sistemi complessi.
Dice Nakata:
Favorire la partecipazione, o incrementare la cooperazione, è una direzione [da prendere].
Questo include ricerche sui social network ed i loro elementi tecno-sociali come fiducia, facilità
di partecipazione ed usabilità [...]. [Tutto ciò] per consentire agli individui di creare un miglior
modello mentale delle comunità e delle interazioni con esse.
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La sensazione che ho provato leggendo “Web 2.0. Internet è cambiato. E voi? I consigli dei principali esperti italiani e internazionali per affrontare nuove sfide” (a cura di Vito Di Bari, Edizioni Il Sole 24 Ore, 2007) è stata quella di trovarmi di fronte un feed RSS cartaceo. Non è un’affermazione con connotazioni negative. E’ solo che ormai la mia percezione delle cose nella realtà fisica viene influenzata dalle mie esperienze online. E comunque visto l’argomento e la struttura del libro non escludo sia un effetto voluto.
Un libro è un collage, realizzato da quarantasei esperti nazionali ed internazionali, ricco di pensieri, analisi, case studies, considerazioni (anche critiche) sullo stato dell’arte del Web attuale e sulle possibili evoluzioni della Rete nel prossimo futuro. Ottimo per chi, nativo analogico o immigrato digitale appena sbarcato nell’Altro Continente, vuole conoscere quel grande esperimento sociale (e tecnologico) di massa che è il Web 2.0. Un rapporto ricco di spunti interessanti per i cittadini proattivi (professionisti, manager, imprenditori, investitori, esperti di comunicazione e di media) del reame digitale.
Tra le tante possibili definizioni di questa fase della vita di Internet, Di Bari nella sua lunga introduzione ne sceglie una sintetica ma particolarmente efficace:
[il Web 2.0 è] un insieme di relazioni indirizzate e organizzate tra loro mediante strumenti (tecnologici) [...] disponibili a tutti e legati tra loro.
Tra i molti contributi interessanti — che compensano ampiamente qualche intervento banale o confusionario (come quello, persino irritante, dell’ex vj di MTV Andrea Pezzi) — ne indico solo qualcuno.
Il divertente ed istruttivo intervento di Stefano Quintarelli sui blog, che, come si legge in una nota finale:
[...] è stato scritto mimando nell’esposizione dei contenuti l’esposizione cronologica di un blog: leggendo i suoi capoversi dalla fine all’inizio si passa dal contenuto più puntuale alle considerazioni più generali.
L’articolo di Luca Rosati su folksonomie e tagging, quello di Antonio Dini su Second Life e l’ “antropologia del Learning 2.0″ che Michael Wesch illustra prendendo spunto dalla citaziione di Kevin Kelly:
Ogni volta che creiamo un link tra parole, di fatto insegniamo un’idea.
Menzione d’onore per il mini saggio di Alberto Abruzzese sulla condivisone. Cosa significa “condivisione”? Significa:
[...] avere in comune. Come dire, fare società o comunità? Sì e no: con condivisione diciamo qualcosa di più intimo, qualcosa che riguarda le modalità specifiche, profonde, con cui si costruiscono comunità e società. [...] Cè di mezzo il dia-logare. Allora c’è di mezzo la comunicazione? Per forza. La condivisione è un sinonimo di comunicazione.
Di Bari si riserva il capitolo finale, in cui getta uno sguardo al web del 2015 e 2020: il primo caratterizzato da una coda ancor più “lunga” di quella di Anderson, la longer tail, che coinvolgerà i miliardi di persone che non hanno l’inglese come lingua madre. Intercettare le innumerevoli nicchie che accolgono lingue, culture e stilemi diversi da quelli oggi dominanti rappresenterà l’obbiettivo strategico del futuro prossimo del web. Più in là, una realtà fatta di uomini e spimes sempre più connessi ed interconnessi genererà un coda ancor più lunga, una longest tail.
Una notazione finale: strano che in questa raccolta manchi un contributo dedicato al semantic web.
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E’ sempre un piacere scoprire in Rete piccoli bijoux in grado di arricchire il nostro bagaglio di conoscenze. E a proposito di conoscenze suggerisco la lettura di questo agile ebook dal titolo “Knowledge Technologies”. Scritto da N.R. Milton, esperto di tecniche di gestione della conoscenza e di AI, pubblicato da Polimetrica il testo affronta, utilizzando la formula “domanda/risposta”, il tema delle tecnologie della conoscenza, cioè di tutte quelle tecniche e quegli strumenti computer-based in grado di fornire un sempre più ricco ed efficace utilizzo dell’Information Technology.
Queste tecnologie hanno un ampio utilizzo ma possono essere citati alcuni campi di applicazione principali come:
- Identificare quale conoscenza sia importante per un’organizzazione.
- Decidere quale conoscenza debba essere acquisita per trovare una soluzione appropriata per un problema reale.
- Raccogliere ed integrare conoscenze in modo da consentire un loro facile accesso, una loro semplice navigazione, comprensione, mantenimento e riutilizzo.
- Inserire la conoscenza in un sistema computerizzato in modo da fornire significativi e duraturi benefici ad un’organizzazione.
Incentrato sull’uso di queste tecnologie all’interno di organizzazioni, aziende e mondo scientifico il testo si concentra su:
Ogni paragrafo è aperto da una serie di utili keywords; esempi e brevi case studies aiutano a comprendere meglio nozioni ed applicazioni a casi concreti delle tecnologie e degli strumenti citati. Viene infatti dato risalto all’aspetto pratico più che a quello strettamente teorico e quindi molte pagine vengono dedicate a spiegare sinteticamente aree e metodologie di utilizzo, obiettivi raggiungibili ed anche possibili controindicazioni nell’adozione dei vari sistemi.
Una piccola ma aggiornata bibliografia conclude ogni capitolo.
Il libro è gratuito, rilasciato sotto licenza Creative Commons ed è “aperto”: i lettori sono invitati a inviare domande e suggerimenti all’editore per contribuire alle nuove edizioni del libro stesso.
[via arXiv]
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Una veloce segnalazione per il bel libro di Alberto F. De Toni e Luca Comello Viaggio nella complessità (Marsilio, 2007).
I due autori sono gli stessi del sontuoso Prede o ragni? Uomini e organizzazioni nella ragnatela della complessità (Utet, 2005) , testo ricchissimo di citazioni, pensieri e riflessioni nonché di spunti sulla teoria della complessità e sul suo innovativo utilizzo nella gestione di organizzazioni complesse e nel management.
Questo nuovo libro vuole da un lato costituire una sintesi meditata delle questioni affrontate nel testo precedente, dall’altro costituisce una sorta di percorso libero “all’interno della teoria della complessità e della complessità del reale”, individuando nuove potenzialità nell’intersezione tra il pensiero occidentale, che cerca di prevedere e governare il cambiamento, e quello orientale che si lascia trasportare dal flusso incessante dei cambiamenti cercando di adattarvisi e di coglierne gli aspetti favorevoli.
L’approccio occidentale, scientifico, razionale, basato sul principio del design & implementation porta alle tre linee guida per le organizzazioni complesse: apertura, flessibilità ed equilibrio dinamico. L’approccio orientale, filosofico, orientato all’evalutation & exploitation conduce alle regole base sintetizzabili in: presidio ed orientamento della co-evoluzione, strategia emergente e trasformazione.
Un libro che è contemporaneamente una “prima lezione” sulla teoria della complessità ed un piccolo brainstorming in cerca dell’attimo creativo.
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Curiosa e bizzarra la storia dei gemelli Bogdanov e della loro teoria sulla Singolarità Iniziale, il Punto Zero da cui ha preso origine l’Universo. Star della televisione francese fin dagli anni ’80, i Bogdanov si sono specializzati in programmi di divulgazione scientifica e di fantascienza – un incrocio tra Superquark e Voyager – forti di una loro (presunta) formazione matematica. Negli anni ’90 hanno ripreso gli studi universitari all’Università della Borgogna per conseguire il dottorato di ricerca (in matematica Grichka ed in fisica Igor), attribuito loro in maniera piuttosto irrituale rispettivamente nel 1999 e nel 2002.
La pubblicazione dei loro lavori sull’origine dell’Universo su prestigiose riviste come Annals of Physics e Classical and Quantum Gravity ha creato nel mondo scientifico una querelle che ha avuto ampio spazio nei media internazionali, molto meno qui in Italia. Peccato, perché la storia di questo Bogdanov Affaire – i cui dettagli possono essere letti nella nutrita voce della versione inglese di Wikipedia — è davvero interessante ed assomiglia ad una sorta di giallo scientifico pieno di misteri e di colpi di scena.
Sostanzialmente i lavori dei fratelli Bogdanov sono accusati di essere nel migliore dei casi incomprensibili, inconsistenti e pseudoscientifici, nel peggiore di essere stati scritti da ciarlatani. Addirittura è stata paventata la possibilità che si tratti di un hoax, cioè di falsi tesi a dimostrare l’inaffidabilità del sistema di peer reviewing alla base delle pubblicazioni scientifiche.
Nel libro Prima del Big Bang. L’origine dell’universo (Longanesi, 2008), pubblicato nel 2004 in Francia ed ora pubblicato in Italia i fratelli Bogdanov raccontano la loro versione della storia, intrecciando la cronistoria della vicenda con opinioni favorevoli e contrarie di fisici e matematici e citando – con sospetta insistenza – corrispondenze e colloqui con un gran numero di scienziati di grande levatura. Una ricostruzione nebulosa ed a tratti reticente che non aggiunge molto rispetto a quanto si può leggere in Wikipedia.
Più interessante la parte dedicata alla teoria stessa, che, seppur sostanzialmente incomprensibile per un lettore medio, contiene elementi in grado di attrarre ed affascinare.
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Un libro come Storia matematica della Rete. Dagli antichi codici all’era di Internet (di Fabrizio Luccio e Linda Pagli, Bollati Boringhieri, 2007) non poteva non incuriosirmi. Un titolo intrigante per un ingegnere informatico interessato al Web. Purtroppo il contenuto del libro tradisce in parte le attese.
La prima parte è dedicata ai fondamenti matematici alla base delle telecomunicazioni e delle reti di computer: dai codici alla statistica, dagli algoritmi alla crittografia, dalla legge di potenza ai numeri primi. La seconda tocca temi più specificatamente attinenti alle reti e a Internet quali la circolazione delle informazioni, i motori di ricerca, i grafi, il calcolo distribuito.
Una struttura disomogenea caratterizza il libro che può essere visto più come una raccolta di articoli che come un saggio unitario. Più interessanti i cenni storici e le citazioni che le spiegazioni tecniche, a dispetto del fatto che i due autori siano entrambi docenti di Informatica all’Università di Pisa. Non mancano parti piacevoli, come il capitolo dedicato alla circolazione delle notizie, le connessioni e la rete ma nel complesso il libro sembra essere un’occasione mancata per sviluppare un discorso unitario — una sintesi come quella fornita affrontando gli aspetti sociali della Rete da Manuel Castells nel suo Galassia Internet (Feltrinelli, 2004) — sulle origini storiche dei fondamenti matematici e tecnici di Internet.
Un piccolo cadeaux la mini-appendice con citazioni letterarie incentrate sui vari significati della parola “rete”.
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Quali sono gli elementi di base per progettare un buon social network? Come riuscire a fornire alla rete sociale una piattaforma che le permetta di auto-organizzarsi al meglio, facendo emergere tutte le potenzialità che una struttura reticolare di relazioni è in grado di produrre? In quale modo analizzare e monitorare le dinamiche sociali per costruire e gestire un efficace sistema di collaborazione e condivisione? Come inserire ed integrare al meglio un social network nel più generale ecosistema digitale?
Spesso ci si concentra sull’aspetto tecnologico ed informatico tralasciando di considerare l’entità costituente delle reti sociali: gli individui, considerati come sistemi psicologici e sociali.
Come risultato di una serie di discussioni e di riflessioni Gianandrea Giacoma, psicologo, collaboratore nel Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica di Milano e all’Osservatorio sul Knowledge Management PKM360° e Davide Casali, consulente informatico, web designer e laureando in Teoria e Tecnologia della Comunicazione, hanno prodotto un breve ma stimolante documento dal titolo Elementi teorici per la progettazione dei Social Network.
Secondo gli autori una progettazione attenta ed una gestione ottimale di un sito di social network non può prescindere da un framework teorico che coinvolga discipline come la psicologia e la psicologia sociale e consideri il network come un sistema complesso, il cui ciclo di vita è regolato da dinamiche e processi non deterministici.
Un lavoro in progress, a cui si può partecipare con riflessioni, considerazioni, suggerimenti tramite questo wiki.
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La cultura folk (o popolare nel senso che le diamo qui in Italia), è stata lentamente ma inesorabilmente spinta ai margini dall’ascesa, nel ventesimo secolo, della cultura di massa. E’ comunque sopravvissuta in diverse forme, come la fan culture che rielaborando temi e soggetti della cultura di massa ha creato una forma di circuito alternativo della creatività, privato ed amatoriale. Filmini, fan club, nastri registrati non hanno mai costituito una minaccia per le corporation. Ma una volta che, grazie alle nuove tecnologie audiovisive a basso costo (videocamere, editing digitale, software grafici) e ad internet, produzione e distribuzione delle opere amatoriali sono diventate processi alla portata di tutti la situazione è cambiata.
La fan culture, le community, i social network sono strumenti per verificare i mutamenti e le innovazioni che avvengono ai margini dei media e della cultura mainstream ma anche mezzi per osservare come un nuovo civismo digitale possa emergere grazie al Web ed alla cultura partecipativa e collaborativa da esso incentivata.
La creazione delle fan fiction, spesso di ottima qualità, ha prodotto reazioni di vario genere da parte delle major: il caso di studio del rapporto tribolato tra la LucasFilm ed i fan della serie che realizzano spin-off di vario genere della saga di Guerre Stellari mostra come sia difficile trovare un equilibrio tra:
- · concorrenza commerciale ed appropriazione amatoriale
- · logica del profitto ed economia dello scambio
- · pirateria e rielaborazione creativa
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