Le reti sociali tra on e offline
07/11/2009

Status, notifiche, segnalazioni di presenza sono ormai segnali abituali che accompagnano la nostra vita nello spazio sociale online.

E se trasferissimo queste funzionalità nel contesto della nostra  esistenza “fisica”quotidiana?

Un gruppo di ricercatori europei sta sperimentando un sistema chiamato ASTRA, che tramite sensori e smart objects, creano attorno ad ogni individuo una sorta di aura informativa in grado di inviare e ricevere messaggi e aggiornamenti in  modo automatico dalla sua rete sociale.

Per esempio, entrando in ufficio un sensore rivela la nostra presenza, aggiornando il nostro status su Facebook  (”Sono in ufficio”), rendendoci disponibili per chiamate e chat di lavoro e visualizzando attraverso i colori di un’opera astratta il carico di lavoro previsto per la giornata.

Al rientro a casa, lo status è aggiornato, vengono abilitati i contatti con i nostri famigliari e delle piantine artificiali ci indicano con il loro movimento se qualcuno dei nostri amici è già rientrato in casa (vedi video).

Il modello è definito focus-nimbus: il primo termine definisce il tipo e la quantità di informazioni che si scelgono di ricevere, il secondo tipo e dettaglio di informazioni che si vogliono condividere con gli altri. La privacy è garantita da questo sistema di regole, che definisce il livello di apertura della finestra affacciata sulla nostra esistenza.

Questo sistema di “percezione pervasiva” è un’altra delle tante sperimentazioni in atto di realtà aumentata, sperimentazioni che producono però, dopo anni, risultati ancora acerbi e incerti, malgrado l’entusiasmo che accompagna ogni nuovo annuncio di progetti o applicazioni.

[via acm.org]

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Non è Cocoon ma…navigare in Rete mantiene giovani
21/10/2009

brains

Albertazzi e e la Spaak potrebbero abbandonare il Brain Traning di Nintendo e fare ogni giorno qualche ricerca su Internet: il risultato sarebbe comunque allenare il cervello e stimolare le aree cerebrali che controllano il ragionamento complesso e la capacità di decisione.

Già un anno fa una ricerca dell’UCLA aveva dimostrato, con la risonanza magnetica funzionale (fMRI), che fare ricerche  stimolava negli anziani web-addicted parti del cervello diverse rispetto, per esempio, alla lettura di un libro.

Gli stessi ricercatori hanno ora dimostrato che queste modificazioni appaiono fin dalla prima settimana di navigazione su Internet e confermano che l’uso del Web è una semplice forma di esercizio mentale che migliora i processi cognitivi negli anziani.

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I giovani sofisti nell’agorà digitale
10/09/2009

writing

writing 2 by boadiceafairy

Gli studenti americani sembrano aver adottato uno stile di scrittura che deriva dalle loro conversazioni pubbliche nella Rete: essi adattano il tono e la tecnica al loro “pubblico”, riprendendo una tradizione antichissima che risale ai maestri greci della retorica, in particolare i Sofisti.

Una ricerca condotta nell’arco di cinque anni, dal 2001 al 2006, dalla Stanford University ha monitorato le abitudini di scrittura nel quotidiano di quasi duecento studenti dei primi anni; il risultato è che la scrittura, quasi abbandonata dalle generazioni immediatamente precedenti, ha ripreso vigore, trasformandosi e adattandosi ai nuovi contesti. Se una buona prosa è “qualcosa che ha effetto sul mondo”, non c’è dubbio che i ragazzi “quasi” nativi digitali esaminati ne sono in possesso: capacità di sintesi e di persuasione, adattamento all’”audience” e ai contesti, strumento per il dibattito, sono le caratteristiche principali che ridefiniscono i canoni della prosa in questo inizio di millennio.

Certo, l’abitudine a questa “oratoria scritta” rivolta a una platea potenziale molto vasta ha qualche effetto collaterale, come quello di trovare assai poco eccitante il dover scrivere per un pubblico composto dal solo professore…

Sarebbe interessante capire se queste conclusioni trovano conferma nell’era dei social network, esplosi dopo il 2006 e, soprattutto, se si possono trarre analoghe conclusioni anche nella realtà italiana. Qualche mese fa si era ipotizzato di utilizzare i temi di maturità incentrati sull’argomento social network per analizzare il rapporto tra i nativi digitali italiani e la Rete; si potrebbe, nell’occasione, condurre anche uno studio simile a quello della Stanford University. Sempre che la sfida lanciata al ministro Gelmini sia stata raccolta…

[via Internet Actu]

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L’identificatore unico cancella la privacy nei social network
27/08/2009

Uno studio del Politecnico di Worcester ha evidenziato come le informazioni e i contenuti che gli utenti depositano nei social network non solo vengono tracciati in forma aggregata da terze parti a scopi commerciali ma potrebbero essere facilmente ricondotti a ogni singolo utente grazie all’identificatore unico assegnato a ogni membro della community.

Dice il prof. Craig Wills, uno degli autori della ricerca:

When you sign up with a social networking site, you are assigned a unique identifier. This is a string of numbers or characters that points to your profile. We found that when social networking sites pass information to tracking sites about your activities, they often include this unique identifier. So now a tracking site not only has a profile of your Web browsing activities, it can link that profile to the personal information you post on the social networking site. Now your browsing profile is not just of somebody, it is of you.

Anche se non si può provare che tale possibilità sia realmente utilizzata, gli autori della ricerca consigliano ai gestori dei social network di rendere invisibile tale identificatore unico, in modo da evitare ogni possibile tentazione.

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Il fallimento del multitasking?
25/08/2009

Multitasking by Ange Ecarlate

Multitasking by Ange Ecarlate

Più si è multitasking più la nostra attenzione viene catturata da stimoli irrilevanti? O in altre parole, il nostro “controllo cognitivo” si abbassa all’aumentare del nostro “allenamento” alle attività in parallelo?

Anche se paradossale, queste conclusioni potrebbero essere desunte da una ricerca condotta alla Stanford University pubblicata su PNAS.

Rispetto a un gruppo di controllo “light”, un gruppo di “heavy” multimedia multi-taskers - capaci di leggere, guardare la TV, navigare in Internet, rispondere alle email, ascoltare musica nello stesso tempo – ha manifestato più difficoltà nel passaggio da un task all’altro e meno capacità di filtrare e bloccare le informazioni irrilevanti.

Questa ricerca comunque, anche a giudizio del suo autore Eyal Ophir, dimostra semplicemente che il media multitasking è associato a un diverso approccio all’elaborazione delle informazioni: alcuni effetti negativi, come una maggiore propensione alla distrazione, sono probabilmente compensati da benefici, che ulteriori studi potrebbero mettere in evidenza.

Interessante anche un commento letto nel blog fonte di questa notizia: il gruppo “heavy” manifesta deficit d’attenzione perché è multitasking o è multitasking perché i suoi membri soffrono di deficit d’attenzione?

[via Not Exactly Rocket Science]

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Una teoria dell’evoluzione tecnologica
23/08/2009

Technology_by_xenQtron

Rieccoci.

Si può definire un processo evolutivo per la tecnologia affine a quello biologico?

W. Brian Arthur del Santa Fe Institute pensa che l’evoluzione della tecnologia – quella che Kevin Kelly definisce “l’evoluzione dell’evoluzione” – avvenga in maniera differente rispetto al modello classico darwiniano.

Se in quest’ultimo prevale un cambiamento incrementale dovuto a variazione e selezione, nell’avanzamento della tecnologia si ha quello che Arthur chiama “evoluzione combinatoria” cioè un modello “assemblativo”: le nuove tecnologie sono costruite dalla combinazione di tecnologie esistenti, e a loro volta diventeranno potenziali componenti per le future tecnologie.

Questo processo spiega la nascita di nuove “specie tecnologiche”, ossia di innovazioni radicali mentre il miglioramento di tecnologie esistenti procede secondo un percorso di affinamento che ricorda maggiormente l’evoluzione classica darwiniana.

Per fare un esempio, la macchina fotografica ha subito un’evoluzione lenta e incrementale per più di un secolo ma solo l’assemblaggio di tecnologie elettroniche e informatiche come processori, software e CCD ha permesso una speciazione, la nascita delle fotocamere digitali.

Sembra che la tecnologia sia autopoietica, in grado cioè di autoevolversi a partire dall’esistente, per ora con l’aiuto di “agenti esterni” come gli esseri umani. Ma  le macchine di autoreplicanti di Von Neumann sembrano sempre più vicine

Del resto lo stesso Arthur ha creato una simulazione al computer, utilizzando algoritmi genetici (ovviamente…), in cui a partire da una solo tipo di elemento circuitale, una porta NAND, si sono creati circuiti più complessi a 8 vie, alla base dei calcolatori più semplici.

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Il tagging modellato
03/07/2009

Su Scienza 7 leggo di uno studio italo francese sul tagging che racconta di come i ricercatori abbiano messo a punto un modello che ricrea con sufficiente accuratezza le caratteristiche – già evidenziate in precedenti ricerche – di questo tipo di classificazione di contenuti, come per esempio la legge di Heaps, che similmente a quanto si verifica nei testi, mostra come all’aumentare del numero di tag diminuisce il tasso di introduzione di nuovi tag.

La ricerca è stata pubblicata su PNAS ed è consultabile a pagamento. Fortunatamente ne trovo una copia su HAL, un archivio open access francese gestito dal CNR francese.

E’ bene chiarire che nell’ articolo – tratto quasi integralmente dal comunicato stampa dell’Istituto Nazionale di Fisica della Materia – l’utilizzo del termine “post”, non ha il significato consueto caro a noi blogger ma, come chiarito nel paper, definisce un set di tag utilizzati da un utente per definire un certo contenuto.

In definitiva viene dimostrato che “il processo di social annotation può essere visto come un’esplorazione collettiva ma non coordinata del sottostante spazio semantico (ndr: ovvero dell’insieme di significati che possono essere associati a un contenuto), rappresentato come un grafo, attraverso una serie di cammini casuali.”

Avere un modello che simuli adeguatamente il comportamento reale degli utenti è importante perché permetterà di creare sistemi migliori per combattere lo spam (che si allontana dai modelli individuati) e per catalogare grandi quantità di dati, di affinare i sistemi di ricerca e raccomandazione e di realizzare applicazioni innovative per i social network.

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La governance delle comunità online
25/06/2009

Un paio di giorni fa in un help-desk di Kublai con Reti Glocali si è parlato di ingegneria sociale, ovvero di come far nascere ed evolvere una comunità online; curiosamente nel pomeriggio mi ero letto un report proveniente dall’Australia, scritto da due studiosi della Queensland University of Technology, dal titolo Social Media: Tools for User-Generated Content – Social Drivers behind Growing Consumer Participation in User-Led Content Generation (primo di una trilogia dedicata ai social media).

E’ stato istruttivo notare come la ricerca e le considerazioni fatte “sul campo” coincidessero, sintomo che ci si sta avvicinando alla definizione di un nucleo stabile di metodologie, funzionalità, buone pratiche nella progettazione e gestione delle reti sociali online (e non dimentichiamo il lavoro di Giacoma-Casali, Motivational Design – Una metodologia per il social network design giunto proprio i questi giorni alla versione 1.5).

Cerchiamo di sintetizzare qualche punto.

I social network sono un mezzo, non un obbiettivo. Devono servire a costruire una comunità che abbia visioni e obbiettivi comuni, da raggiungere attraverso il plusvalore apportato dalle interazioni, che come enzimi catalizzano e accelerano i processi creativi e realizzativi.

Gli amministratori e i community manager devono essere delle guide discrete ma attente che indirizzano la comunità verso l’auto-organizzazione; per far questo occorre avvalersi dei membri più attivi e autorevoli, che avranno responsabilità via via crescenti all’ interno della comunità, come moderatori, come tutor per i novizi, come facilitatori, come portavoce e come suggeritori di innovazioni strutturali e funzionali all’interno della piattaforma.

La soglia di accesso deve essere il più bassa possibile – sistemi di autenticazione distribuita tipo Facebook Connect e OpenID sono una risorsa preziosa – e il nuovo membro deve essere subito accolto, guidato e invitato a interagire con il resto della comunità.

La fase di apprendimento avviene, soprattutto per i meno esperti della vita online, a piccoli passi: prima amicizie, qualche commento sul wall, qualche foto link condiviso. Non aver fretta che l’utente dia subito contributi significativi.

Una regola fondamentale è l’assunzione di equipotenzialità di tutti i membri; questo non significa che tutti sono uguali, ma che tutti hanno le stesse possibilità di divenire membri autorevoli all’interno delle comunità, per le competenze e per le capacità che saranno riusciti a esplicitare.

E’ importante che gli utenti sappiano di avere il massimo controllo sui loro dati e sui loro contenuti; massima trasparenza, rispetto della privacy, termini di servizio chiari e immediata comunicazione di ogni variazione nelle “regole del gioco” sono elementi fondamentali per instaurare un clima di fiducia all’interno della rete sociale.

L’emersione dei contenuti, delle idee e degli individui più interessanti è un’operazione che coinvolge tutta la community, coadiuvata da sistemi di feedback impliciti, come il numero di commenti o il numero di visite a un dato profilo o espliciti come il rating. In generale la capacità di auto-organizzazione e auto-gestione di una comunità è chiamata da Howard Rheingold social accounting ed è resa possibile da tutta una serie di strumenti che permettano di creare, valutare e rendere persistente nel tempo la reputazione di ogni utente e la validità di ogni contenuto.

Creare un forte senso di appartenenza alla comunità rende meno critico il naturale evolversi della comunità stessa, che manterrà una sua unitarietà anche con il crescere dei membri e della complessità strutturale.

L’apertura della piattaforma al resto della Rete garantisce un interscambio fecondo, permettendo che i contenuti più significativi e i loro autori acquisiscano visibilità e “pubblicità” anche al di fuori della rete sociale: queste e altre gratificazioni sono incentivi importanti che stimolano la partecipazione e la generazione di contributi originali.

E’ importante non solo monitorare ma anche analizzare con metodologie e strumenti appropriati le dinamiche della rete sociale; i manager di Kublai, per esempio, grazie al lavoro di social network analysis di Ruggero Rossi sponsorizzato da Alberto Cottica, sono riusciti a ricavare informazioni utili per la governance della comunità.

update: Davide Casali mi fa giustamente notare un altro aspetto importante che avevo trascurato: la necessità per gli amministratori  di partecipare attivamente alla vita della community, per conoscerne dall’interno tutte le dinamiche  e per comprenderne lo zeitgeist nonchè per far sì che, come dimostrato anche dall’analisi di Ruggero, vengano mantenute le caratteristiche di piccolo mondo della rete sociale (gli amministratori, in generale, mantengono i legami con i membri periferici della comunità).

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La distanza non è morta?
19/06/2009

Internet annulla le distanze e ci rende tutti cittadini dello stesso villaggio globale?

Un piccolo studio di due ricercatori israeliani sembra dimostrare che le nostre comunicazioni via email o i nostri contatti Facebook siano dipendenti strettamente dalla distanza geografica: abbiamo moltissimi scambi con persone che vivono vicino a noi, pochissimi con chi vive lontano, per esempio in altri continenti. Nel grafico distanza-numero contatti (vedi figura) appare una rappresentata una legge di potenza, in particolare la legge di Zipf, famosa perché si ritrova in vari campi, dalla frequenza delle parole negli scritti alla frequenza degli accessi alle pagine dei siti Web, dalle dipendenze dei pacchetti di una distribuzione Linux-Debian alla distribuzione della popolazione nelle città.

da Goldenberg- Levy, Distance Is Not Dead: Social Interaction and Geographical Distance in the Internet Era

da Goldenberg- Levy, Distance Is Not Dead: Social Interaction and Geographical Distance in the Internet Era

La ricerca non mi sembra  particolarmente accurata, ma sarebbe interessante approfondire l’argomento, provando per esempio a valutare l’importanza della lingua e quindi se esistono differenze significative tra i paesi anglofoni (la cui lingua è la più utilizzata) e gli altri, le cui lingue hanno spesso una distribuzione geografica limitata.

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Gli stakanovisti dei social media
06/05/2009

Lo studio dei social media e delle loro dinamiche è un’attività, per ovvi motivi, recente e le conclusioni a cui giungono le ricerche possono apparire contraddittorie.

Tra i numerosi ed interessanti paper del  Social Computing Lab, sezione degli HPLabs, due evidenziano conclusioni in apparente contrasto.

Molti studi dimostrano che, nei siti di content sharing come YouTube, Flickr o Digg, la produzione di contenuti online segue la famigerata legge di potenza: un ristretto numero di utenti – che rappresenta il vitale nocciolo duro di queste comunità – genera la stragrande maggioranza dei contenuti stessi.

Una ricerca condotta dal direttore delSocial Computing Lab, Bernardo A. Huberman,  dimostra innanzitutto che la perdita di interesse da parte degli altri membri della comunità per i contenuti di un particolare utente è strettamente correlata alla decisione di questi smettere di produrne.

Si può quindi ipotizzare, e dimostrare, che i membri più attivi, quasi devoti, che producono contenuti a ritmo continuo per lunghi periodi di tempo vengono motivati e ripagati da un’attenzione sempre maggiore; si innesca un circolo virtuoso (feedback loops of attention), in cui più un utente contribuisce, più aumenta la sua popolarità (il numero di suoi fan), più riceve attenzione, più produce.

Non è da escludere che, per ottenere questo risultato, gli stakanovisti della peer production imparino non solo a migliorare la qualità dei loro contenuti ma ad adattarli al gusto prevalente della comunità o, meglio, di una determinata nicchia.

Sarebbe tutto chiaro se un’altra ricerca compiuta dallo stesso autore analizzando le dinamiche associate a 10 milioni di video di YouTube non rivelasse che più spesso un individuo carica contenuti meno probabilità avrà di replicare risultati favorevoli di audience ottenuti in passato.

Una spiegazione piuttosto ovvia deriva dall’attenuarsi dell’”effetto novità” ma coniugare i risultati delle due ricerche è più arduo.

Posso avanzare l’ipotesi che all’aumentare dei contributi sarà sì sempre più difficile replicare grandi exploits sul singolo contenuto ma si riuscirà comunque ad acquisire una certa popolarità basata sulla qualità media dei contenuti prodotti.

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