Per seguire lezioni e seminari dell’ unAcademy (Accademia non Convenzionale della Cultura Digitale) avevo deciso finalmente di entrare in Second Life. Scopro però che non ne ho i requisiti (tecnici). Malgrado il mio laptop sia nuovo (Dell Inspiron 1720, Intel(R) Core(TM) 2 Duo CPU, 1.80 GHz, 1 GB Ram, 32 bit) la mia scheda grafica (Mobile Intel(R) 965 Express Chipset Family) non è supportata dal software di SL. Le uniche schede grafiche supportate con certezza da SL sono le ATI Radeon (modello 8500 o superiore) e le nVidia Geforce (Geforce 2 o superiore).
Uhmmm, quindi sono vittima di una specie di digital divide d’élite…Egon Compton ha avuto proprio una vita breve…
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Nick Starr, a causa della nuova funzionalità IMAP, ha visto il suo account GMail disabilitato.
Come molti di noi avrebbero fatto, si è rivolto a Google per protestare. Ma non potendo utilizzare la posta elettronica ha adottato un protocollo di comunicazione particolare: ha incollato la sua lettera al portone d’ingresso del quartier generale di Google (vedi foto)…
[via Micro Persuasion]
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La cultura folk (o popolare nel senso che le diamo qui in Italia), è stata lentamente ma inesorabilmente spinta ai margini dall’ascesa, nel ventesimo secolo, della cultura di massa. E’ comunque sopravvissuta in diverse forme, come la fan culture che rielaborando temi e soggetti della cultura di massa ha creato una forma di circuito alternativo della creatività, privato ed amatoriale. Filmini, fan club, nastri registrati non hanno mai costituito una minaccia per le corporation. Ma una volta che, grazie alle nuove tecnologie audiovisive a basso costo (videocamere, editing digitale, software grafici) e ad internet, produzione e distribuzione delle opere amatoriali sono diventate processi alla portata di tutti la situazione è cambiata.
La fan culture, le community, i social network sono strumenti per verificare i mutamenti e le innovazioni che avvengono ai margini dei media e della cultura mainstream ma anche mezzi per osservare come un nuovo civismo digitale possa emergere grazie al Web ed alla cultura partecipativa e collaborativa da esso incentivata.
La creazione delle fan fiction, spesso di ottima qualità, ha prodotto reazioni di vario genere da parte delle major: il caso di studio del rapporto tribolato tra la LucasFilm ed i fan della serie che realizzano spin-off di vario genere della saga di Guerre Stellari mostra come sia difficile trovare un equilibrio tra:
- · concorrenza commerciale ed appropriazione amatoriale
- · logica del profitto ed economia dello scambio
- · pirateria e rielaborazione creativa
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Categoria Recensioni "a mano libera" | Tags: cinema 2.0, commons-based peer production, cultura convergente, economia informazione in Rete, fan culture, media, partecipazione, social media | Nessun commento »
With the rise of social media, however, many people are, for their own purposes, generating exactly this kind of data for us traces of their communicative interactions as they work out their thoughts about matters of common concern. They are doing so on a wide range of subjects, under a wide range of different institutional mechanisms which structure their interactions in many different ways, creating natural sources of variation which the social scientist can try to exploit to learn more about the effects of subject matter, of communicative structure, and of other factors on cultural dynamics, and perhaps ultimately even on innovation and discovery.
Cosma Rohilla Shalizi (Statistics Department, Carnegie Mellon University), Social Media as Windows on the Social Life of the Mind (pdf)
via [arXiv.org]
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Il secondo capitolo è incentrato su due modificazioni, due evoluzioni contemporanee (stile preda-predatore…):
- · l’ utente/consumatore attivo, il prosumer, che entra nelle dinamiche di prodotti audiovisivi (e loro derivati) come serie televisive, reality, saghe cinematografiche, gare di talenti creando comunità attente, partecipi ma anche severe e volubili.
- · i brand si trasformano in lovemarks, entità commerciali che basano la loro strategia sulla continua interazione tra cliente e marchio attraverso molteplici punti di contatto, cross-piattaforma e cross-mediali. L’attenzione è rivolta verso i prosumers, il paretiano 20% di consumatori attivi che inseguono il prodotto attraverso tutte le sue incarnazioni multimediali: il prosumer viene coccolato, adulato, affascinato, sedotto anche per la sua capacità di traino – attraverso il passaparola, il gossip, le chiacchere davanti alla macchinetta del caffè “virtuale” e non — verso il restante 80% di consumatori. Strategia delicata, quella della seduzione: se dopo la seduzione il prosumer si sente abbandonato, tradito o trascurato scatta la “sindrome del fidanzato deluso”.
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Un nuovo tipo di recensione: la recensione seriale. Leggo, prendo appunti, li condivido.
Henry Jenkins è direttore del Comparative Media Studies Program del MIT. Cultura convergente (Apogeo, 2007), secondo la prefazione del collettivo Wu Ming è un saggio in cui “ogni oscurità concettuale si fa cristallina”. La cultura popolare/di massa che deborda dal flusso principale riversandosi nei nuovi media. Cultura convergente come l’intricato dedalo del delta di un grande fiume. Il grande fiume dei media tradizionali incontra e si fonde con il mare informativo della Rete. Wu Ming si concentra sull’Italia e sul dibattito distorto, provinciale, pregiudiziale e moralistico che accompagna la lenta evoluzione tecnologica e sociale della nostra cultura.
Di cosa ci parlerà Jenkins? Di convergenza mediatica, di cultura partecipativa, di intelligenza collettiva. Intendiamoci: un medium può essere considerato sia come uno strumento per la comunicazione sia un sistema culturale che si forma intorno a tale strumento. Gli strumenti cambiano, si evolvono, il medium rimane ma si adatta. Oggi gli strumenti divergono (si moltiplicano in una parossistica fase evolutiva. Ne rimarrà solo uno? Scatola nera onnicomprensiva?) i contenuti convergono spinti dall’alto, dalle corporation e dal basso, dai prosumers.
Ho capito che Jenkins utilizzerà come laboratorio di analisi (esperimenti, apprendistato “alla Lévy” per esplorare le nuove strutture economiche, sociali e politiche del futuro) alcuni “casi mediatici” molto legati alla cultura popolare americana ed anglosassone.
Si inizia con Survivor. Con Survivor?? Avete presente? La versione americana de L’isola dei famosi. Con una cruciale differenza: il programma USA è interamente registrato prima della messa in onda. Quindi fin dall’inizio tutto è già accaduto . Fin dalla prima serie è scoppiato il fenomeno dello spoiling, il tentativo cioè, da parte della comunità di fans del programma, di cercare di scoprire il vincitore prima dell’ultima puntata. Questa comunità passa il suo tempo (?) ad indagare, cercando indizi e prove, setacciando la Rete ed ogni fotogramma delle puntate trasmesse, interagendo tramite le communities virtuali attraverso complesse modalità. Per Jenkins “intelligenza collettiva al lavoro”. Io rimango assai perplesso, pensando come da noi i reality siano l’emblema di una televisione men che mediocre. Jenkins dice che gli americani non partecipano ai dibattiti politici perché sono “cose da esperti”: raffronto quest’affermazione con la grande partecipazione al referendum sul welfare e alle primarie del PD e questo mi fa rivalutare il mio Paese…
Comunque dal primo capitolo emergono due considerazioni:
- · il “paradigma dell’esperto” (conoscenza specifica elargita dall’alto) sembra perdere efficacia in una’architettura reticolare, in un contesto di overload informativo e in uno “spazio delle soluzioni” multidisciplinare.
- · Le comunità di conoscenze sono oggi temporanee, flessibili, a carattere volontario e “tattiche”: ci si unisce a loro per un determinato scopo esaurito il quale ci si sposta verso un’altra community. E’ la norma la multi-appartenenza, sia per la natura tattica delle affiliazioni che per l’enorme bacino di competenze e conoscenze che è necessario sondare (e filtrare) per ottenere risposte alle più svariate domande.
continua
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Una ricerca (Department of Computer Science, Dartmouth College) sulla qualità dei contributi in Wikipedia fornisce una conferma ed un risultato inatteso.
La qualità dei contributi degli utenti registrati cresce all’aumentare dei contributi stessi; questo era prevedibile, visto che chi si registra si suppone abbia interesse ad impegnarsi nella community dei wikipediani e/o ad accrescere la propria reputazione all’interno della comunità.
Il risultato meno ovvio è che la qualità dei contributi degli utenti anonimi ha un andamento opposto : il “buon samaritano”, colui che fornisce solo uno o pochi contributi in forma anonima, ha una qualità di contribuzione pari o superiore ai wikipediani più “prolifici”. Con l’aumentare dei contributi l’utente anonimo tende a fornire invece contenuti sempre più scadenti.
La spiegazione di questo andamento potrebbe essere che il “buon samaritano” è o un esperto in un particolare campo non interessato alla “fama” in seno alla comunità di Wikipedia o un lettore che rileva errori od omissioni in una voce e decide di effettuare una correzione al volo, una tantum. Chi fornisce molti contributi in forma anonima può essere un sabotatore della comunità oppure individui che vogliono partecipare attivamente al progetto Wikipedia ma si rendono conto della scarsa qualità dei loro contenuti.
Almeno due però sono, a mio avviso, i punti deboli della ricerca: l’utilizzo di un metodo quantitativo (tasso di conservazione dei contributi, pari alla percentuale dei caratteri originali di ogni contributore sul totale dei caratteri nella versione corrente della voce) per valutare la qualità dei contributi e l’associazione di uno stesso indirizzo IP sempre ad un unico utente anonimo. La ricerca si concentra inoltre su dati del 2005 circoscritti ad utenti delle versioni tedesche e francesi.
Per validare questi risultati occorrerebbe utilizzare una metodologia più rigorosa ed allargare l’indagine alla versione inglese; ritengo comunque interessante effettuare ricerche che evidenzino eventuali differenze – di origine sociale e/o culturale — nei contenuti, nelle strategie di amministrazione e nelle dinamiche interne delle varie versioni linguistiche dell’enciclopedia collaborativa.
[via EurekAlert!]
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Trovo che la tag cloud sia una delle invenzioni più riuscite del Web 2.0 per la sua efficacia comunicativa e per costruire nuovi sistemi di catalogazione delle informazioni, più liquidi, meno strutturati. Così come piace a David Weinberger…
Cercavo un servizio online che mi consentisse di creare al volo “nuvolette di etichette” a partire da un testo o da una serie di parole.
Ho trovato questi due tools: TagCrowd (essenziale) e Tag Cloud Generator (con più possibilità di personalizzazione)
update nov. 2008: impossibile ora non citare Wordle, un servizio di grande successo che permette di creare bellissime nuvole…
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Sì, perché? Non vi sta bene?
A parte gli scherzi, prometto che sarà l’ultimo.
Dedicato al cinema 2.0 ecco a voi: filmoidi nella Rete !
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In un commento ad un post di Luca Chittaro ho riflettuto su come commentare un post sia ormai diventata una corsa ad ostacoli. Captcha numerici, algebrici, letterali, pittorici,criptici. Registrazioni obbligatorie. Login. Moderazioni non esplicitate. Malfunzionamenti vari. Peccato. Come si diceva, spesso tra i commenti, ancorché snobbati dagli stessi autori dei blog, si celano tesori.
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