è interessante notare come capitino sui post del blog molti visitatatori che, in realtà, cercavano tutt’altro. Tutta colpa delle parole chiave inserite nei motori di ricerca. Un punto a favore del prossimo venturo web semantico (o web logico, o web inferenziale, o web epistematico…)
William Stein dell’Università di Washington con la collaborazione di un centinaio di matematici e fisici ha creato Sage, un ottimo software matematico gratuito ed open source. Sage crea un ambiente di lavoro nel quale è possibile svolgere un’ampia varietà di calcoli e studi matematici, dai più elementari a quelli che riguardano la teoria dei numeri, la crittografia, l’algebra commutativa, la teoria dei gruppi e quella dei grafi e molto altro ancora.
Sviluppato in un linguaggio relativamente “semplice” come Python il software, rilasciato sotto licenza GPL, dispone di interfacce che gli permettono di interagire con altri programmi sia commerciali, come Matlab, Mathematica e Magma sia free come Axiom, GAP e GP/PARI.
E’ possibile utilizzare Sage da linea di comando, per mezzo di script e programmi e soprattutto via browser. Attraverso l’interfaccia Notebook è infatti possibile gestire tramite web server una collezione di account, ognuno di quali avrà a disposizione un proprio spazio dei dati.
Nato all’insegna della facilità di utilizzo e dell’interoperabilità, Sage si avvale di un’ampia documentazione, di un ottimo tutorial e di una vasta comunità di supporto. E’ inoltre possibile provare il programma attraverso una versione online, disponibile a questo indirizzo.
Sage ha vinto il primo premio nella sezione “software scientifici” del concorso internazionale per free software Les Trophées du Libre 2007.
Pochi giorni fa il progetto Science Commons, costola di Creative Commons, ha lanciato il “Protocol for Implementing Open Access Data”, protocolloche dovrebbe consentire di integrare legalmente tra di loro dati e database di natura scientifica. Il “Protocollo”, come viene semplicemente chiamato, è nato dopo anni di consultazioni ed incontri tra diversi soggetti — tra cui scienziati che si occupano di biodiversità — di varie nazionalità e non è una licenza od uno strumento legale: vuole essere una metodologia per creare tali strumenti legali e per contrassegnare dati già di pubblico dominio a beneficio delle ricerche machine-assisted. Il principio che ispira il protocollo è quello che i dati, nella scienza, divengono realmente utili quando sono messi liberamente a disposizione della comunità scientifica, come nel caso del sequenziamento del genoma umano.
La “libertà di integrare” è una delle libertà fondamentali per ciò che riguarda i dati sul Web [...]. L’approccio Open Data Commons License [...] implementa le norme per la condivisione dei dati (data sharing), fornendo una guida per gli scienziati che si comportano da buoni cittadini, senza esporli ad azioni legali [...]
L’obbiettivo finale è quello di costruire una licenza facilmente comprensibile attraverso un lavoro di raffinamento successivo ottenuto grazie al feedback degli utilizzatori.
CC∅ consente di rilasciare il proprio lavoro liberandolo da restrizioni legali mentre il protocollo CC+ permette di coniugare la diffusione del proprio lavoro sotto licenza non-commerciale con eventuali utilizzi a scopo di lucro da parte di terzi.
Personalmente non ho neppure un computer. Mi servo, se sono spalle al muro, di quello di altri. Ma quando una mia corrispondente mi annunciò di voler troncare i suoi rapporti con internet per di nuovo pensare e contemplare, le chiesi quante ore al giorno dedicava a quella sua attività. Mi rispose: quattro ore. Dissi che erano troppe, perfino per attività meno coercitive.
Franco Cordelli, critico teatrale, saggista e scrittore, sul Corriere della Sera, 9 dicembre 2007
La circolazione rapidissima dei saperi grazie alle nuove tecnologie non solo contribuisce all’emergere di nuovi poli culturali, ma consente la nascita di comunità di studio puramente virtuali, svincolate da qualunque luogo fisico. Nascono così nuove forme collettive di elaborazione del sapere che strappano la cultura alla materialità dei luoghi tradizionali, creandone di nuovi del tutto immateriali. [...] La circolazione diffusa di un sapere limita [...] i rischi di una sua eventuale scomparsa. Più un sapere è concentrato in un luogo, più la sua perennità è a rischio., dato che dipende strettamente dal destino del luogo. Invece più un sapere circola, più ha possibilità di sopravvivere. E’ il motivo per cui ancora oggi possiamo leggere Confucio o Aristotele.
Christian Jacob, ellenista, intervistato da Fabio Gambaro, la Repubblica del 10 dicembre 2007
Grazie a Mr. Toradol e a Mrs. Voltaren riesco a digitare senza assumere pose imbarazzanti.
Rinnovo le mie scuse al piùBlogCamp. Non è mia abitudine mancare agli appuntamenti. Mi sarebbe piaciuto molto conoscere altri blogger e fare una chiaccherata sul cinema 2.0.
Qui sotto la presentazione che avrei dovuto portare.
Chiedo scusa a tutti i partecipanti del piùBlogCamp per non poterci essere. Sono in pieno colpo della strega. Appena possibile metterò online qui sul blog le slides che avevo preparato sul cinema 2.0. Ci avevo lavorato sù sopra tutta la settimana…
L’ infrastruttura informatica globale, computer, server, router consuma energia elettrica. Per ridurre questo consumo e le conseguenti emissioni di gas serra dovute all’impiego di combustibili fossili le industrie produttrici di apparecchiature per l’information technology stanno gradualmente convertendosi a strategie, filosofie e tecnologie che privilegino modelli di produzione e prodotti eco-sostenibili e a basso consumo.
C’è ora chi propone di collocare le cyber-infrastrutture, i grandi server, i mega sistemi di storage nei luoghi di produzione delle energie rinnovabili (solare, eolica ma anche mini-idroelettrica, geotermica) collegando via fibra ottica questi siti alla global information grid, cioè Internet. Trasportare dati, quindi, non energia elettrica.
Questa strategia permetterebbe di ridurre i costi legati alla costruzione dei sistemi di trasmissione dell’energia elettrica necessari per collegare le zone di produzione di energie rinnovabili alla rete elettrica; vista l’alta efficienza raggiunta delle tecnologie di load balancingdei server — utilizzate per minimizzare i danni nei casi di guasti o malfunzionamenti — potrebbe essere superato l’inconveniente legato alla variabilità nella produzione di energia elettrica provocato dalle mutevoli condizioni atmosferiche e dal ciclo giorno-notte.
C’è anche chi si spinge a proporre siti come quelli sub-artici, che consentirebbero di risolvere in maniera ottimale il problema del raffreddamento delle server-farm.
Un ricerca condotta da un team guidato da Thomas L. Griffiths dell’Università di Berkeley ha dimostrato come l’algoritmo PageRank di Google possa essere un buon sistema per effettuare misurazioni quantitative frequency-based in esperimenti sul funzionamento della memoria umana.
Il punto di partenza della ricerca è stata la considerazione che memoria umana e motori di ricerca sono entrambe due possibili soluzioni del problema dell’information retrieval: trovare un oggetto (documento nel web, parola o concetto nella mente) che corrisponda il più precisamente possibile ai criteri di ricerca forniti (interrogazione dell’utente o stimolo interno/esterno).
Gli esperimenti condotti durante la ricerca hanno rivelato come il PageRank risulta migliore rispetto ad altri sistemi di misurazione utilizzati in psicologia cognitiva o neuropsichiatria, riuscendo per esempio a predirre in maniera più precisa le parole associate dagli esseri umani ad ogni lettera dell’alfabeto.
La ragione di tale successo risiede forse nell’idea alla base del PageRank — l’importanza di qualcosa è direttamente proporzionale alla sua popolarità — che nella sua semplicità sembra cogliere uno schema di fondo nel comportamento dell’utente, codificato nel funzionamento dei suoi processi mnemonici e linguistici.
Come sottolineano gli autori queste ricerche aprono nuove possibilità riguardo la progettazione dei motori di ricerca, possibilità derivanti dalla sempre più evidente influenza che i processi cognitivi hanno nella creazione, organizzazione, memorizzazione e ritrovamento delle informazioni, sia all’interno della mente umana che in quella “mente collettiva” che è il Web.
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