Scrivo dei nomi a caso, tra esperti, giornalisti, imprenditori, studiosi italiani della Rete: Giovanni Boccia Artieri, Giuseppe Granieri, Vittorio Zambardino, Sergio Maistrello, Luca Conti, Anna Masera, Alberto D’Ottavi, Guido Scorza…probabilmente potrei aggiungerne altri.
Ora, come mai tutti loro non hanno due-righe-due di bio su Wikipedia Italia? Va bene che non sono calciatori (basterebbe di serie C…) ma ho come il sospetto che questa assenza sia una prova di qualcosa. O no?
Filtr it!, il patchwork-magazine condiviso nato da un’idea di Giuseppe Granieri e Sergio Maistrello, è un esperimento interessante, di cui seguo gli sviluppi e a cui contribuisco come “segnalatore”.
Ma una riflessione è necessaria: non è che per attenuare l’information overload scivoliamo nello sharing overload?
L’atto di condividere, oltre che vagamente ossessivo-compulsivo, è divertente grazie ai sempre più numerose iconcine dedicate e alle apposite estensioni del browser che “catturano” il contenuto e lo rilanciano ma ormai, quando navigo in Rete e voglio condividere un link, un articolo o un post mi trovo a dovere scegliere tra diverse possibili destinazioni della mia segnalazione: da Facebook al mio tumblr o a quello di To report, da FriendFeed a Twitter e ora a Filtr it! (senza contare le email utilizzate per raggiungere i meno web addicted…)
Diverse applicazioni permettono di inviare il contenuto da condividere simultaneamente a più destinazioni ma il problema persiste sia da un punto di vista funzionale che da un punto di vista cognitivo: ogni atto di condivisione diventa sempre più “pesante” perché occorre valutare coscienziosamente a quale “audience” la segnalazione può risultare utile.
Ogni lettura in Rete è ormai una palestra mentale non indifferente, che implica attenzione e analisi in vista della valutazione (”Mi piace?”), della condivisione ponderata, della conversazione (commenti).
Status, notifiche, segnalazioni di presenza sono ormai segnali abituali che accompagnano la nostra vita nello spazio sociale online.
E se trasferissimo queste funzionalità nel contesto della nostra esistenza “fisica”quotidiana?
Un gruppo di ricercatori europei sta sperimentando un sistema chiamato ASTRA, che tramite sensori e smart objects, creano attorno ad ogni individuo una sorta di aura informativa in grado di inviare e ricevere messaggi e aggiornamenti in modo automatico dalla sua rete sociale.
Per esempio, entrando in ufficio un sensore rivela la nostra presenza, aggiornando il nostro status su Facebook (”Sono in ufficio”), rendendoci disponibili per chiamate e chat di lavoro e visualizzando attraverso i colori di un’opera astratta il carico di lavoro previsto per la giornata.
Al rientro a casa, lo status è aggiornato, vengono abilitati i contatti con i nostri famigliari e delle piantine artificiali ci indicano con il loro movimento se qualcuno dei nostri amici è già rientrato in casa (vedi video).
Il modello è definito focus-nimbus: il primo termine definisce il tipo e la quantità di informazioni che si scelgono di ricevere, il secondo tipo e dettaglio di informazioni che si vogliono condividere con gli altri. La privacy è garantita da questo sistema di regole, che definisce il livello di apertura della finestra affacciata sulla nostra esistenza.
Questo sistema di “percezione pervasiva” è un’altra delle tante sperimentazioni in atto di realtà aumentata, sperimentazioni che producono però, dopo anni, risultati ancora acerbi e incerti, malgrado l’entusiasmo che accompagna ogni nuovo annuncio di progetti o applicazioni.
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