La Storia siamo noi. E ora possiamo dimostrarlo.
17/01/2010

Le critiche motivate e non superficiali alla Rete sono utili e necessarie perché ne favoriscono il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.

Sul Sole 24 Ore Miguel Gotor, giovane storico dell’Università di Torino, è l’ultimo a intervenire nella discussione aperta da Gianni Riotta sui lati oscuri  di Internet.

Tanto per riprendere confidenza con questo povero blog, così trascurato e avvizzito, mi cimento nel tentativo di dare qualche risposta a Gotor, che espone alcuni timori legati al “filo della Storia smarrito in Rete”.

La prima questione riguarda proprio il titolo dell’intervento: esiste un filo della Storia? O la Storia è formata da una trama di fili intrecciati, una rete (appunto) strettamente interconnessa di eventi, luoghi, persone, idee?

In ogni caso la sua  narrazione e ancor più la sua interpretazione dovrebbe nascere dall’analisi sempre più raffinata e profonda dei legami e delle interazioni che si formano e si disfano nel tessuto delle società. E per questo è necessario avere a disposizione il maggior numero possibile di dati e informazioni.

La digitalizzazione di archivi e biblioteche e l’immissione del loro contenuti nello spazio aperto e accessibile della Rete sta creando nuove possibilità di analisi e di ricerca, attraverso prospettive insolite, permettendo di far emergere non solo legami e connessioni spesso sommerse tra gli eventi storici ma anche di rinnovare un passato mai così presente e “vivo” come oggi. Il timore, manifestato da Gotor, di selezione arbitraria dei materiali da digitalizzare mi sembra infondato e ancor più il pensiero che siano motivazioni come il risparmio, la superficialità e la pigrizia a spingere verso la conversione digitale delle fonti storiche. Anzi, è proprio la passione e la determinazione a voler preservare e rendere disponibili le informazioni al maggior numero possibile di studiosi e ricercatori la molla che spinge archivi e biblioteche, nonché associazioni e appassionati, a svolgere un lavoro lungo e delicato.

L’affermazione che oggi, nella bi-dimensione fisica/digitale sempre più interconnessa e interdipendente, si viva in un continuo presente fagocitato da se stesso potrebbe rappresentare un problema per un sociologo, forse per un filosofo ma certamente non per uno storico: perché il presente, il quotidiano, ogni atto e avvenimento, ogni pensiero e ogni idea, ogni causa e ogni effetto, mai come oggi hanno la possibilità di diventare memoria permanente, storia registrata momento per momento. Una manna per gli storici del futuro prossimo, che potranno osservare (avvalendosi di approcci innovativi alla Storia, per esempio attingendo alla teoria della complessità e alle neuroscienze)  la continua e incessante trasmutazione della storia, delle storie nella Storia.

Per questo trovo discutibile anche l’asserzione che:

una documentalità evanescente e liquida che renderà in futuro più impalpabile la ricostruzione dei movimenti preparatori e delle decisioni che hanno portato alla definizione di alcune scelte esecutive in campo culturale o politico.

Al contrario, i percorsi e le vie, anche tortuose e imprevedibili, che hanno portato a decisioni e scelte saranno sempre più ripercorribili con una sorta di reverse engineering storico, in grado di ricostruire il passato attraverso lo studio delle ramificazioni dell’albero delle scelte a partire dal germoglio del presente.

Allo stesso modo non credo che il problema dell’attendibilità dei dati su internet sia di ostacolo a una ricerca storica, non più di quanto sia stato fino a oggi il reperimento stesso di fonti e materiali: individuare l’origine degli errori, ripercorrere la storia di un’informazione, verificare un fatto risulta se non facile almeno possibile sfruttando i collegamenti tra i nodi e gli strumenti a disposizione di quel grafo globale che è il Web.

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Una teoria dell’evoluzione tecnologica
23/08/2009

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Rieccoci.

Si può definire un processo evolutivo per la tecnologia affine a quello biologico?

W. Brian Arthur del Santa Fe Institute pensa che l’evoluzione della tecnologia – quella che Kevin Kelly definisce “l’evoluzione dell’evoluzione” – avvenga in maniera differente rispetto al modello classico darwiniano.

Se in quest’ultimo prevale un cambiamento incrementale dovuto a variazione e selezione, nell’avanzamento della tecnologia si ha quello che Arthur chiama “evoluzione combinatoria” cioè un modello “assemblativo”: le nuove tecnologie sono costruite dalla combinazione di tecnologie esistenti, e a loro volta diventeranno potenziali componenti per le future tecnologie.

Questo processo spiega la nascita di nuove “specie tecnologiche”, ossia di innovazioni radicali mentre il miglioramento di tecnologie esistenti procede secondo un percorso di affinamento che ricorda maggiormente l’evoluzione classica darwiniana.

Per fare un esempio, la macchina fotografica ha subito un’evoluzione lenta e incrementale per più di un secolo ma solo l’assemblaggio di tecnologie elettroniche e informatiche come processori, software e CCD ha permesso una speciazione, la nascita delle fotocamere digitali.

Sembra che la tecnologia sia autopoietica, in grado cioè di autoevolversi a partire dall’esistente, per ora con l’aiuto di “agenti esterni” come gli esseri umani. Ma  le macchine di autoreplicanti di Von Neumann sembrano sempre più vicine

Del resto lo stesso Arthur ha creato una simulazione al computer, utilizzando algoritmi genetici (ovviamente…), in cui a partire da una solo tipo di elemento circuitale, una porta NAND, si sono creati circuiti più complessi a 8 vie, alla base dei calcolatori più semplici.

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La governance delle comunità online
25/06/2009

Un paio di giorni fa in un help-desk di Kublai con Reti Glocali si è parlato di ingegneria sociale, ovvero di come far nascere ed evolvere una comunità online; curiosamente nel pomeriggio mi ero letto un report proveniente dall’Australia, scritto da due studiosi della Queensland University of Technology, dal titolo Social Media: Tools for User-Generated Content – Social Drivers behind Growing Consumer Participation in User-Led Content Generation (primo di una trilogia dedicata ai social media).

E’ stato istruttivo notare come la ricerca e le considerazioni fatte “sul campo” coincidessero, sintomo che ci si sta avvicinando alla definizione di un nucleo stabile di metodologie, funzionalità, buone pratiche nella progettazione e gestione delle reti sociali online (e non dimentichiamo il lavoro di Giacoma-Casali, Motivational Design – Una metodologia per il social network design giunto proprio i questi giorni alla versione 1.5).

Cerchiamo di sintetizzare qualche punto.

I social network sono un mezzo, non un obbiettivo. Devono servire a costruire una comunità che abbia visioni e obbiettivi comuni, da raggiungere attraverso il plusvalore apportato dalle interazioni, che come enzimi catalizzano e accelerano i processi creativi e realizzativi.

Gli amministratori e i community manager devono essere delle guide discrete ma attente che indirizzano la comunità verso l’auto-organizzazione; per far questo occorre avvalersi dei membri più attivi e autorevoli, che avranno responsabilità via via crescenti all’ interno della comunità, come moderatori, come tutor per i novizi, come facilitatori, come portavoce e come suggeritori di innovazioni strutturali e funzionali all’interno della piattaforma.

La soglia di accesso deve essere il più bassa possibile – sistemi di autenticazione distribuita tipo Facebook Connect e OpenID sono una risorsa preziosa – e il nuovo membro deve essere subito accolto, guidato e invitato a interagire con il resto della comunità.

La fase di apprendimento avviene, soprattutto per i meno esperti della vita online, a piccoli passi: prima amicizie, qualche commento sul wall, qualche foto link condiviso. Non aver fretta che l’utente dia subito contributi significativi.

Una regola fondamentale è l’assunzione di equipotenzialità di tutti i membri; questo non significa che tutti sono uguali, ma che tutti hanno le stesse possibilità di divenire membri autorevoli all’interno delle comunità, per le competenze e per le capacità che saranno riusciti a esplicitare.

E’ importante che gli utenti sappiano di avere il massimo controllo sui loro dati e sui loro contenuti; massima trasparenza, rispetto della privacy, termini di servizio chiari e immediata comunicazione di ogni variazione nelle “regole del gioco” sono elementi fondamentali per instaurare un clima di fiducia all’interno della rete sociale.

L’emersione dei contenuti, delle idee e degli individui più interessanti è un’operazione che coinvolge tutta la community, coadiuvata da sistemi di feedback impliciti, come il numero di commenti o il numero di visite a un dato profilo o espliciti come il rating. In generale la capacità di auto-organizzazione e auto-gestione di una comunità è chiamata da Howard Rheingold social accounting ed è resa possibile da tutta una serie di strumenti che permettano di creare, valutare e rendere persistente nel tempo la reputazione di ogni utente e la validità di ogni contenuto.

Creare un forte senso di appartenenza alla comunità rende meno critico il naturale evolversi della comunità stessa, che manterrà una sua unitarietà anche con il crescere dei membri e della complessità strutturale.

L’apertura della piattaforma al resto della Rete garantisce un interscambio fecondo, permettendo che i contenuti più significativi e i loro autori acquisiscano visibilità e “pubblicità” anche al di fuori della rete sociale: queste e altre gratificazioni sono incentivi importanti che stimolano la partecipazione e la generazione di contributi originali.

E’ importante non solo monitorare ma anche analizzare con metodologie e strumenti appropriati le dinamiche della rete sociale; i manager di Kublai, per esempio, grazie al lavoro di social network analysis di Ruggero Rossi sponsorizzato da Alberto Cottica, sono riusciti a ricavare informazioni utili per la governance della comunità.

update: Davide Casali mi fa giustamente notare un altro aspetto importante che avevo trascurato: la necessità per gli amministratori  di partecipare attivamente alla vita della community, per conoscerne dall’interno tutte le dinamiche  e per comprenderne lo zeitgeist nonchè per far sì che, come dimostrato anche dall’analisi di Ruggero, vengano mantenute le caratteristiche di piccolo mondo della rete sociale (gli amministratori, in generale, mantengono i legami con i membri periferici della comunità).

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Wikipedia e l'ignoranza delle folle
14/02/2009

E’ paradossale ed ironico che la comunità che governa Wikipedia rifiuta di riconoscere la validità dei contenuti autopubblicati come i blog. Persino ReadWriteWeb è nella sua lista nera! E pensare che  Wikipedia è formata da contenuti autopubblicati…

La “saggezza delle folle” qualche volta toppa come dimostra anche la discussione che si sta sviluppando e che potete seguire sulla stessa Wikipedia.

Questo mi ha fatto tornare in mente un episodio. Mi ricordo che tempo fa ho tentato di inserire la voce riguardante mio fratello Fabio, avendo visto che erano citati e raccolti numerosi critici cinematografici italiani (sia famosi che no) nella sezione “Cinema” dell’enciclopedia. Mio fratello è stato per quasi vent’anni critico de Il Messaggero, autore di saggi e monografie, selezionatore per il festival di Venezia ecc. Ma la sua voce è stata cancellata, perchè “non enciclopedica” – per essere precisi “Enciclopedicità del tutto opinabile, toni altisonanti non supportati da fonti”, malgrado le fonti, le persone ed i link da me suggeriti per perorare la causa. Alle mie richieste di spiegazioni ho sbattuto contro una sorta di muro di gomma, composto anche da individui sgarbati nonché ignoranti sull’argomento sul quale erano tenuti a decidere. La cosa buffa è che mio fratello è anche citato in Wikipedia, nella voce su Lars Von Triers

Ora, comprendo la necessità dei controlli ed anche delle cancellazioni per mantenere alto lo standard di qualità di uno strumento che anch’io consulto spesso ma le politiche di decisione e di consultazione interna dei wikipediani mi hanno lasciato perplesso.

Un’altra considerazione è che mio fratello ha prodotto gran parte dei suoi contenuti professionali, come i pezzi scritti per i giornali o le trasmissioni radiofoniche per la Rai, in un’era pre-web e non sono quindi presenti in Rete: questo significa che tutti coloro che per ragioni anagrafiche hanno poche traccie sul Web, malgrado tutto quello che hanno realizzato, siano destinati al disconoscimento ed in definitiva ad un ostracismo generazionale?

Mentre scrivevo questo post ho scoperto che l’altra voce che avevo inserito, quella del Festival Internazione di Cortometraggi e nuove Immagini Arcipelago di Roma (il primo ad occuparsi in Italia di cortometraggi e di nuove immagini, giunto alla diciassettesima edizione), è stata cancellata: qui la spiegazione. Questo è l’elenco dei festival cinematografici italiani presenti su Wikipedia. Non credo ci sia bisogno di ulteriori commenti.

Qui, più che sciatteria ed ignoranza, è una specie di mobbing nei miei confronti.

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Era dei petabyte: fine della teorie?
11/07/2008

La discussione su Edge vista da Wordle

La capacità di memorizzare e processare enormi quantità di dati da parte di “nuvole” di computer renderà obsoleta le necessità di formulare ipotesi e teorie? La forza bruta del DISC (Data Intensive Scalable Computation) potrà individuare nell’oceano di dati a disposizione pattern e correlazioni così significative da consentire previsioni attendibili sul mondo senza dover ricorrere a sofisticate modellizzazioni?

Chris “coda lunga” Anderson ha lanciato questa provocazione dalle pagine digitali di The Edge nelle scorse settimane.

Alla scala dei Petabyte, sostiene Anderson, la gestione e l’utilizzo dell’informazione richiede un approccio diverso. Potendo visualizzare miliardi di dati nella loro totalità, è possibile “vedere” matematicamente i dati prima e solo dopo assegnarli un contesto.

Per secoli gli scienziati hanno applicato il metodo scientifico: costruzione del modello su date ipotesi, verifica sperimentale del modello tramite raccolta di dati, conferma o confutazione di quel modello.
Dati senza modelli sono considerati solo rumore ed eventuali correlazioni tra i dati stessi sono solo coincidenze senza un modello entro il quale inserirle.

Fino ad adesso, aggiunge Anderson.

Con una tale quantità di dati l’approccio classico alla scienza – ipotesi, modello, test – potrebbe essere diventato obsoleto.

Possiamo inserire i dati in un cluster di computer e lasciare che algoritmi statistici scoprano pattern e schemi immediatamente utilizzabili senza che la scienza ne spieghi l’origine o li inserisca in un contesto teorico.

Anderson fa notare che questo nuovo approccio è tipico di Google: per esempio Google non ha avuto bisogno di conoscere a fondo il mondo e le convenzioni della pubblicità né di sviluppare sofisticati modelli economici e statistici per ottenere grandi successi. Sono bastati un po’ di matematica applicata, ottimi strumenti analitici ed un’enorme quantità di dati a disposizione.

Il direttore di Wired conclude così:

La recente disponibilità di grandi quantità di dati unita a strumenti statistici per setacciare questi numeri, offre un’intera nuova strada per comprendere il mondo. La correlazione rimpiazza la causalità,e la scienza può ora avanzare anche senza modelli coerenti, teorie unificate o spiegazioni meccanicistiche

Numerosi scienziati, filosofi ed addetti ai lavori hanno replicato mettendo in evidenza come il ragionamento di Anderson appaia confuso e le sue ipotesi piuttosto deboli.

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