Il secondo capitolo è incentrato su due modificazioni, due evoluzioni contemporanee (stile preda-predatore…):
- · l’ utente/consumatore attivo, il prosumer, che entra nelle dinamiche di prodotti audiovisivi (e loro derivati) come serie televisive, reality, saghe cinematografiche, gare di talenti creando comunità attente, partecipi ma anche severe e volubili.
- · i brand si trasformano in lovemarks, entità commerciali che basano la loro strategia sulla continua interazione tra cliente e marchio attraverso molteplici punti di contatto, cross-piattaforma e cross-mediali. L’attenzione è rivolta verso i prosumers, il paretiano 20% di consumatori attivi che inseguono il prodotto attraverso tutte le sue incarnazioni multimediali: il prosumer viene coccolato, adulato, affascinato, sedotto anche per la sua capacità di traino – attraverso il passaparola, il gossip, le chiacchere davanti alla macchinetta del caffè “virtuale” e non — verso il restante 80% di consumatori. Strategia delicata, quella della seduzione: se dopo la seduzione il prosumer si sente abbandonato, tradito o trascurato scatta la “sindrome del fidanzato deluso”.
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Un nuovo tipo di recensione: la recensione seriale. Leggo, prendo appunti, li condivido.
Henry Jenkins è direttore del Comparative Media Studies Program del MIT. Cultura convergente (Apogeo, 2007), secondo la prefazione del collettivo Wu Ming è un saggio in cui “ogni oscurità concettuale si fa cristallina”. La cultura popolare/di massa che deborda dal flusso principale riversandosi nei nuovi media. Cultura convergente come l’intricato dedalo del delta di un grande fiume. Il grande fiume dei media tradizionali incontra e si fonde con il mare informativo della Rete. Wu Ming si concentra sull’Italia e sul dibattito distorto, provinciale, pregiudiziale e moralistico che accompagna la lenta evoluzione tecnologica e sociale della nostra cultura.
Di cosa ci parlerà Jenkins? Di convergenza mediatica, di cultura partecipativa, di intelligenza collettiva. Intendiamoci: un medium può essere considerato sia come uno strumento per la comunicazione sia un sistema culturale che si forma intorno a tale strumento. Gli strumenti cambiano, si evolvono, il medium rimane ma si adatta. Oggi gli strumenti divergono (si moltiplicano in una parossistica fase evolutiva. Ne rimarrà solo uno? Scatola nera onnicomprensiva?) i contenuti convergono spinti dall’alto, dalle corporation e dal basso, dai prosumers.
Ho capito che Jenkins utilizzerà come laboratorio di analisi (esperimenti, apprendistato “alla Lévy” per esplorare le nuove strutture economiche, sociali e politiche del futuro) alcuni “casi mediatici” molto legati alla cultura popolare americana ed anglosassone.
Si inizia con Survivor. Con Survivor?? Avete presente? La versione americana de L’isola dei famosi. Con una cruciale differenza: il programma USA è interamente registrato prima della messa in onda. Quindi fin dall’inizio tutto è già accaduto . Fin dalla prima serie è scoppiato il fenomeno dello spoiling, il tentativo cioè, da parte della comunità di fans del programma, di cercare di scoprire il vincitore prima dell’ultima puntata. Questa comunità passa il suo tempo (?) ad indagare, cercando indizi e prove, setacciando la Rete ed ogni fotogramma delle puntate trasmesse, interagendo tramite le communities virtuali attraverso complesse modalità. Per Jenkins “intelligenza collettiva al lavoro”. Io rimango assai perplesso, pensando come da noi i reality siano l’emblema di una televisione men che mediocre. Jenkins dice che gli americani non partecipano ai dibattiti politici perché sono “cose da esperti”: raffronto quest’affermazione con la grande partecipazione al referendum sul welfare e alle primarie del PD e questo mi fa rivalutare il mio Paese…
Comunque dal primo capitolo emergono due considerazioni:
- · il “paradigma dell’esperto” (conoscenza specifica elargita dall’alto) sembra perdere efficacia in una’architettura reticolare, in un contesto di overload informativo e in uno “spazio delle soluzioni” multidisciplinare.
- · Le comunità di conoscenze sono oggi temporanee, flessibili, a carattere volontario e “tattiche”: ci si unisce a loro per un determinato scopo esaurito il quale ci si sposta verso un’altra community. E’ la norma la multi-appartenenza, sia per la natura tattica delle affiliazioni che per l’enorme bacino di competenze e conoscenze che è necessario sondare (e filtrare) per ottenere risposte alle più svariate domande.
continua
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Bozza di recensione del libro di Yochai Benkler, La ricchezza della Rete. La produzione sociale trasforma il mercato e aumenta le libertà, Università Bocconi Editore, 2007. Una parte significativa del libro è liberamente scaricabile qui.
Una recensione più articolata probabilmente la farò per Programmazione.it.
Un libro corposo, ma non complesso, quello di Benkler, professore di Diritto alla Yale Law School ed esperto degli approcci common-based alla gestione delle risorse nelle comunicazioni e nei sistemi informativi.
Un testo destinato a divenire un punto di riferimento per i sostenitori della svolta “sociale” della Rete, una sorta di No logo di inizio millennio, più autorevole e meno superficiale del libro della Klein.
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