Come progettare le interfacce per l’interazione sociale nel Web? Christian Crumlish ed Erin Malone ci stanno scrivendo un libro, Designing Social Interfaces. Nel frattempo hanno aperto un wiki per raccogliere e condividere le linee guida (o i pattern, come li chiamano loro) con cui intendono popolare il libro. Aperto ai feedback ed ai contributi dei visitatori, questo wiki contiene già diverse preziose informazioni e utili suggerimenti.
[via Putting people first]
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Energia sociale al servizio della creatività (grazie a Walter per l’ispirazione…). Questo, in sintesi, può essere il post-slogan che descrive l’atmosfera percepita ieri al KublaiCamp, l’evento che ha concluso il primo anno del (meta)progetto Kublai.
Per chi non lo sapesse Kublai può essere definito come un ambiente partecipativo della progettazione, una serra in cui coltivare germogli di progetti creativi affinché possano poi crescere e svilupparsi nel territorio. E’ un’ iniziativa promossa dal Laboratorio per le politiche di sviluppo del Ministero dello Sviluppo Economico e coordinata da Alberto Cottica, un primus inter pares che con grande passione e competenza interagisce con uno staff ed una comunità di persone brillanti ed entusiaste. Le parole chiave che identificano i valori del progetto sono trasparenza, condivisione, merito umiltà, duro lavoro, onestà intellettuale. E “qui non ci sono soldi” ma una discussione che non rappresenta un prezzo da pagare per accedere ad un premio ma è il premio stesso.
Concretamente, una persona che ha un’ idea per un progetto si iscrive ad un social network creato appositamente, costituisce un gruppo per raccontare il suo progetto e si sottopone al giudizio degli altri membri della comunità, raccogliendo pareri, critiche, suggerimenti e costruendo relazioni ed interazioni. Lo staff di Kublai si occupa del servizio di coaching cioè di supporto sincrono, tramite riunioni in Second Life ed asincrono, tramite interventi, commenti e valutazioni nel gruppo del progetto. Alla fine, su una sessantina di progetti presentati ne sono stati selezionati cinque tra i quali una giuria esterna ha scelto il vincitore.
La sfida – vinta, secondo me – è quella di stimolare la “progettazione dal basso” adottando un modello di sviluppo relazionale; fare leva sulle informazioni, le professionalità, le competenze che circolano in una rete sociale per innescare processi di collaborazione ed auto-organizzazione che aiutino a crescere le idee progettuali e facciano emergere quelle con maggior possibilità di concretizzarsi.
L’utilizzo del Web, di una piattaforma di social networking come Ning, di Second Life ed in generale di tecnologie facilitanti ed economiche come quelle digitali è centrale, permettendo a chiunque di presentare proposte, di sottoporle al giudizio di una platea eterogenea e per questo esigente ed in generale di interagire con una comunità distribuita.
L’invito è stato quello di “produrre progetti che abbiano impatto sul proprio territorio e ne aiutino lo sviluppo” ma io penso che si possa tranquillamente utilizzare per “territorio” un’accezione che prescinda dal significato geografico e si avvicini al concetto di “spazio di interazione”.
Alberto ha parlato di Kublai come uno strumento di apprendimento, come un progetto di ricerca su nuove teorie dell’organizzazione e della progettazione condivisa : per esempio sarebbe interessante dare una cornice teorica al fenomeno della valutazione implicita (od emergente) – tramite il grado di partecipazione degli utenti ad ogni gruppo di progetto – dei progetti da parte della comunità. Un altro elemento che merita una riflessione più approfondita è scoprire come in un ecosistema del genere vengono individuate con facilità competenze e professionalità, spesso di tipo “laterale” cioè non strettamente legate al lavoro che queste persone svolgono nella vita di tutti i giorni.
Per la cronaca, il progetto vincitore è stato CriticalCity, un esperimento sociale che sotto le vesti di un gioco online vuole promuovere il concetto di “agopuntura urbana”, vale a dire di un insieme di micro-interventi sul territorio proposti e realizzati dai cittadini-giocatori.
Un’ultima notazione per lo staff di Kublai che ha organizzato un camp – ospitato nelle suggestive e funzionali Officine Farneto di Roma – in modo impeccabile: direi che si meritano un premio quale miglior progetto (già realizzato)!
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Era nell’aria. Il momento si stava avvicinando. I tempi erano maturi. Ecco quindi che il Larica di Urbino lancia un progetto di ricerca che ha come tema i social network ed il loro impatto nello specifico panorama socio-culturale italiano.
Social Network Sites Italia – questo il nome del progetto – ha l’obbiettivo di studiare
le nuove strategie di costruzione dell’identità, i cambiamenti nelle dinamiche sociali che avvengono fra utenti dei siti di social network e l’impatto di queste sulla società italiana (rapporti di potere, riconoscimenti generazionali, diffusione della new media literacy, sistema dei media).
L’attenzione si focalizzerà sugli utenti dei social network ma non sarà limitata a quanto avviene all’interno di questi sistemi poiché
le relazioni che avvengono attraverso i siti di social network non sono altro che estensioni dei rapporti sociali in essere e che, al tempo stesso, anche i rapporti mediati con i propri contatti non si esaurisce di certo con questi siti (si pensi a titolo d’esempio ai sistemi di messaggistica istantanea o agli SMS nel caso dei giovani). [Il progetto cercherà] di capire come queste relazioni cambiano in intensità e frequenza, come si distribuiscono attraverso i diversi media e che influenza abbia il fatto che esse abbiano luogo nello spazio mediato di rete.
Particolarmente interessanti mi sembrano due sotto-linee di ricerca; quella che indagherà sugli utilizzi creativi e non ortodossi – e per questo spesso osteggiati dalla “direzione” – di funzionalità e servizi e quella che
cercherà di gettare luce sui rapporti fra gli utenti dei siti di social network e chi invece non partecipa direttamente osservando dall’esterno queste nuove modalità di instaurare e mantenere legami sociali ed apprendendo prevalentemente dai mass media le informazioni necessarie per comprendere il fenomeno. Particolare attenzione verrà posta in questo contesto al rapporto fra genitori e figli.
Il progetto, ancora nella fase preliminare, chiama a raccolta, oltre che docenti, ricercatori e studenti, anche aziende, privati e blogger e chiunque abbia indicazioni e suggerimenti da fornire. Ulteriori informazioni sul sito appena aperto.
Chissà se da questa ricerca emergerà una “via italiana” alle reti sociali online, derivante magari dalla tradizione italiana fatta di comuni, di contrade, di piazze, di bar ovvero di quei luoghi di socializzazione così radicati nel nostro paese fino a qualche decennio fa?
update: qui Fabio Giglietto, uno degli ideatori, parla del progetto
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Zembly è un ambiente di sviluppo online per la creazione e condivisione di social applications. Ideato da Sun Microsystems, Zembly permette di sviluppare applicazioni per le più comuni piattaforme social come Facebook e Meebo, per progetti come OpenSocial, per dispositivi mobili come l’ iPhone, per Google Gadgets e per molti altri servizi.
Utilizzando una suite di software e tecnologie quali Solaris, Java, Glassfish e MySQL Zembly mette a disposizione una serie di wizard che guidano lo sviluppatore passo dopo passo durante la creazione dell’applicazione, facilitando operazioni come l’ottenimento di application key e secret key , la creazione di widgets o la pubblicazione dell’applicazione. Uno speciale motore di ricerca trova i web services e le API dei servizi che si vogliono utilizzare e integra automaticamente il codice nell’editor. Possono essere riutilizzati altre applicazioni – o frammenti di queste – già realizzate con Zembly. E’ disponibile un wiki con informazioni utili e tutorial dettagliati a disposizione di chi volesse provare il brivido di sviluppare un’applicazione social.
Seppur non rendendo così “facile ed immediata” la realizzazione di applicazioni – è comunque necessario conoscere Javascript, HTML CSS nonché avere qualche dimestichezza con i servizi web e con le API-, questa piattaforma sembra essere uno strumento potente a disposizione degli sviluppatori e degli utenti esperti per costruire “oggetti web” in grado di popolare e sfruttare al meglio i socio-sistemi della Rete.
Attualmente Zembly dovrebbe essere in beta privata ma io non ho avuto problemi ad iscrivermi al servizio
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E se il web 2.0 non fosse un’ “era” nella storia della Rete ma solo un prodromo? Quello che sta accadendo con i social network mi sta facendo riflettere. Prendiamo Facebook. Il suo successo anche tra coloro che non frequentavano abitualmente il Web è indubbio. Persone che non avevano mai aperto un blog, che non mettevano online foto e video, che non condividevano link, che non utilizzavano chat o servizi tipo Twitter, che non frequentavano communities improvvisamente diventano assidui utilizzatori di questi strumenti nella loro versione integrata in Facebook.
Quali sono le cause di questo innamoramento collettivo per questo social network in particolare? Probabilmente un impatto iniziale addolcito dal contatto con persone conosciute, la sensazione di essere in un ambiente “protetto”, l’apparente semplicità d’uso – che nasconde una rozza gestione delle informazioni come rilevato da Zambardino, gli stimoli continui ad essere “attivi” (anche solo per rispondere a quiz e test), la tendenza a riprodurre luoghi, situazioni, dinamiche della vita sociale offline . Gli utenti interagiscono tra di loro in Facebook e nella realtà analogica, anche grazie a Facebook. Non si avverte stacco tra la vita e le esperienze quotidiane “là fuori” e quella che avviene tra i quattro lati degli schermi. Cosa piuttosto scontata tra i nativi digitali, assai meno per chi aveva un rapporto saltuario o meccanico con la Rete, o per chi non la frequentava affatto.
Credo che le funzionalità più interessanti, da un un punto di vista sociologico (e psicologico) siano
- lo status, che permette di “appiccicare” una nuvola che, come nei fumetti, rende visibili frammenti della propria esistenza e del proprio flusso di coscienza. Frammenti che, finalmente, possono essere sottoposti in “real time” al giudizio, si spera benevolo e complice, degli “altri”.
- il Wall, dazibao ego-centrico, vetrina intermittente dei nostri dialoghi minimi.
- il News Feed, il reality show più seguito (e senza la Ventura…).
- i gruppi, con cui cerchiamo alleati per le nostre passioni, le nostre idiosincrasie, le nostre speranze.
- i Commenti, su tutto, su tutti. Mi commentano, dunque sono.
Tutti strumenti, questi e gli altri, che già esistevano ma che uniti in un unico ambiente si rafforzano a vicenda facendo emergere un seducente socio-sistema.
Sembra che Facebook sia la prima applicazione dopo l’email che incida in maniera profonda ed immediata nella vita di tutti i giorni di persone di ogni genere. Perché? Perché è un servizio generalista, che in qualche modo può essere associato al corrispondente modello televisivo. Non è un social network professionale o di nicchia, non è rivolto ad una particolare categoria sociale o ad una determinata fascia generazionale, non occorre produrre video o foto o contenuti particolari. C’è un po’ di tutto, niente in particolare.
C’è un’altra considerazione da fare. Causa ed effetto collaterale insieme, la massa critica di gente “qualunque” che lo popola trasforma Facebook in una intrigante ed insidiosa macchina del tempo. Ritrovare vecchi amici, antichi amori, amanti e colleghi di un era passata induce al confronto tra il nostro percorso di vita e quello degli altri. Qualche volta specchiandoci in loro ci collochiamo nella schiera dei vincenti, altre volte in quella dei perdenti.
Chi abbia vissuto la surreale esperienza di chattare contemporaneamente con il primo amore e con il grande amore – e magari con l’attuale amore – non può non aver provato una sensazione di sdoppiamento: le porte scorrevoli delle alternative che si riaprono, nuove linee di mondo si materializzano, presenti paralleli in cui le scelte fatte sembrano non più così definitive.
Un ultima nota. Sembra che, in un certo senso, stia ritornando l’epoca dei portali. La differenza è che adesso ognuno ha il suo, magazine multimediale in tempo reale redatto in collaborazione con i propri lettori-autori, pieno di articoli più o meno interessanti, di terze pagine, di gossip, di ultim’ora (o minuto…), di speciali, di brevi, di editoriali, di segnalazioni, di rubriche. E’ probabile che questo portale-lifestream personale fagociti tutti i servizi e le applicazioni che sono ora sparsi, dai blog alle email, dai sistemi di IM a quelli di microblogging, dai calendari condivisi al social bookmarking, ai servizi di condivisione di foto e video, alle personal web-tv. Via desktop, laptop, netbook, smart-phone la nostra home digitale sarà il nostro definitivo punto di accesso e di uscita dalla Rete nonché la nostra sintesi digitale.
Categoria Contributi | Tags: Facebook, lifestream, LinkedIn, social network, Web 2.0 | Nessun commento »
Mi sono iscritto all’ennesimo social network, Plaxo. Ora, a parte il solito discorso sul doversi ricostruire ogni volta il profilo – Open Social o equivalenti salvateci voi – mi ha impressionato il fatto che inserendo come dati solo il mio nome e l’università frequentata (non la facoltà) mi siano subito comparsi come possibili contatti sette persone che conoscevo a vario titolo, una solo delle quali legata all’università.
Sarebbe interessante capire come funziona e da quali fonti attinge esattamente l’”accoppiatore” di Plaxo…
update: ho scoperto che Plaxo supporta OpenSocial. Ma il progetto per la portabilità di profili e dati è molto lento nel progredire…
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Una ricerca francese rivela che una i social network potrebbero essere uno strumento di mobilità sociale.
I ricercatori degli Orange Labs, con la collaborazione de la FING (Fondation Internet Nouvelle Génération) e della start-up Faber Novel, hanno verificato che gli internauti di origine modeste o di basso livello di istruzione tendono ad essere meno selettivi nell’accettare richieste di amicizia in siti come Facebook o MySpace. Mentre laureati e professionisti analizzano il profilo del richiedente, operai ed impiegati accettano subito la richiesta.
Questo comportamento potrebbe essere spiegato, spiega il sociologo Dominique Cardon responsabile della ricerca, come il tentativo
di ampliare il loro circolo relazionale al di là del perimetro economico e culturale di partenza.
La ricerca ha anche evidenziato come gli utenti con un più elevato livello d’istruzione costruiscano con più attenzione e prudenza la propria identità digitale, anche se si rivelano più portati a prendere l’iniziativa del contatto rispetto agli utenti meno istruiti ma più “esibizionisti”.
[via internetActu]
Categoria Segnalazioni | Tags: Facebook, identità digitale, LinkedIn, mobilità sociale, MySpace, social network | 2 Commenti »
Dopo Elementi teorici per la progettazione dei Social Network – di cui avevo parlato in questo post - Gianandrea Giacoma e Davide Casali proseguono nel loro studio sulle componenti psicologiche e sociali che definiscono ed animano una rete sociale online.
Il nuovo lavoro, dal titolo Design motivazionale – Usabilità sociale e Group Centered Design, si focalizza in particolare sul mondo aziendale, sottolineando ancora una volta l’attenzione non sull’utente ma sulla persona. Dicono gli autori nell’introduzione:
L’utente torna ad essere “persona”, quindi considerata anche sul livello psicologico, motivazionale e comportamentale, senza scissione fra mondo fisico e mondo digitale: la persona è una, con differenti livelli in rapporto al contesto che si va ad osservare.
Si tiene quindi conto di comportamenti non solo online e delle dinamiche che sottendono i suoi comportamenti, producendoli e incanalandoli.
Uno dei punti fondamentali, che riprenderemo durante il documento, è l’alleanza con la persone e non solo con l’utente e il professionista che utilizza un sistema a social network.
Abbiamo chiamato questa metodologia il Design Motivazionale.
In ogni social network, in ogni sistema che abbia un livello minimo di funzionalità in grado di favorire l’interazione interpersonale, vi sono un insieme base di Motivazioni Relazionali, di forze di natura istintuale e psicologica che spingono l’utente a partecipare attivamente alla vita della comunità. Competizione, desiderio di eccellere, curiosità, senso di appartenenza ad un gruppo sono elementi che non possono essere ignorati nella progettazione o nell’analisi di una rete sociale online, sia essa aziendale o rivolta a tutto il Web.
“Capire le modalità espressive delle Motivazioni Relazionali permette di approcciare meglio i progetti”, sostengono gli autori, dedicando al Design Motivazionale un’attenta analisi, derivante anche dalle loro esperienze “sul campo”, nell’arena delle realtà aziendali.
Il Design Motivazionale è una combinazione di progettazione centrata sull’utente, di usabilità sociale e di dinamiche motivazionali sempre sotto il vincolo dei flussi circadiani e dei bisogni funzionali, cioè dei motivi pratici che spingono gli utenti ad utilizzare i social network. Stimolare la reale partecipazione e la collaborazione all’interno del mondo aziendale è una sfida che può essere vinta attraverso la graduale unione delle due anime che convivono in un individuo in questo contesto, quella della persona e quella del professionista.
L’ultima parte del lavoro fornisce una preziosa guida per la fase che precede la progettazione vera e propria, quella dell’analisi, che permette di “ottenere tutti gli elementi necessari per fornire alla progettazione un panorama chiaro di quali siano le forze in gioco e a cosa si debba prestare particolare cura”. Cosa e come analizzare, su quali punti focalizzare l’attenzione, quali documenti produrre: queste sono le informazioni che Gianandrea e Davide forniscono ai lettori interessati.
Una raccomandazione in particolare gli autori tengono a dare; visto che una rete sociale è un sistema complesso
il metodo migliore per progettare sistemi [...] è quello di effettuare una implementazione graduale: piccoli cambiamenti per gradi, progettando, implementando e rilasciando singole funzionalità atomiche, per poi osservare le trasformazioni che queste modifiche causano nelle persone e sull’utilizzo dello strumento.
Un testo, questo, di grande aiuto per chi debba progettare ex novo o ridisegnare una piattaforma di social networking a cui, forse, è necessaria un’ulteriore fase di editing per limare qualche imperfezione ed alcuni passaggi oscuri: alle volte la volontà di utilizzare definizioni formali appesantisce la lettura, rendendo più difficile la comprensione di alcuni concetti.
Ma, ricordiamo, quest’opera nasce in un’ottica collaborativa e di work in progress: chi volesse contribuire con suggerimenti, proposte, critiche potra farlo tra breve in un apposito wiki.
Approfitto di questo post per segnalare un paper affine, “A cognitive perspective on social informatics”, scritto da Keiichi Nakata dell’Università di Reading (UK). In questo lavoro viene proposto di sviluppare un campo di studi che si dedichi all’human–community interaction. Nella tradizionale HCI (Human-Computer Interaction) il focus è rivolto all’interazione tra essere umano e sistema informatico; nella nuova disciplina il sistema è rappresentato dalla comunità, visto come un insieme di sistemi complessi.
Dice Nakata:
Favorire la partecipazione, o incrementare la cooperazione, è una direzione [da prendere].
Questo include ricerche sui social network ed i loro elementi tecno-sociali come fiducia, facilità
di partecipazione ed usabilità [...]. [Tutto ciò] per consentire agli individui di creare un miglior
modello mentale delle comunità e delle interazioni con esse.
Categoria Recensioni "a mano libera" | Tags: davide casali, design motivazionale, gianandrea giacoma, human-community interaction, LinkedIn, motivazioni relazionali, neiichi nakata, partecipazione, social network | 6 Commenti »

Il logo degli ecopets (dal report del MIT, Brescia: Promoting Learning, Sustainability,
and Civic Engagement through New Media)
Come integrare i nuovi media e le tecnologie di comunicazione mobili all’interno del tessuto sociale di una città? In che modo aumentare il flusso informativo all’interno delle comunità urbane? Come promuovere lo sviluppo sostenibile, la collaborazione civica ed i comportamenti responsabili tra le nuove generazioni di nativi digitali?
Un esperimento di ri-progettazione del presente, inusuale ed affascinante, è stato tentato grazie alla collaborazione tra Mobile Experience Lab (diretto dall’italiano Federico Casalegno), sezione del Design Lab del MIT ed il Centro Innovazione e Tecnologie della Provincia di Brescia.
Un workshop esteso, della durata di due semestri, ha prodotto idee, scenari, concetti che costituiranno dei punti di partenza per successivi progetti.
Quattro sono le idee base che definiscono la re-interpretazione della realtà urbana di Brescia, vista come:
- un ecologia di informazioni generate dagli utenti
- un sistema di sotto-culture che interagiscono, competono, apprendono
- un sistema di spazi statici e dinamici che agevolano la creazione di scambi sociali ed economici
- un sistema nel quale le comunicazioni tra gli individui e la collettività è sono favorite da oggetti e scelte “di tendenza”
Da queste linee sono scaturiti due sotto progetti:
- Brescia 2.0, ovvero un’infrastruttura di servizi virtuali localizzati negli autobus e nelle fermate che possa funzionare come piattaforma aperta per la generazione e condivisione dei contenuti
- Ecopets, un sistema di accessori personali interattivi (tipo open spimes, aggiungo io) ed alla moda per il monitoraggio dell’inquinamento, per il social networking e per l’utilizzo del trasporto pubblico; questi oggetti dovrebbero trasformare i comportamenti eco-sostenibili in status symbol.
E’ evidente qual’è la strategia del gruppo di lavoro: esportare nel mondo fisico strumenti e stimoli dell’ecosistema digitale frequentato dai giovani, sfruttando anche i meccanismi “attraenti” di mode e tendenze.
Ne è un ulteriore esempio il progetto-pilota Ride.Link, che verrà sperimentato a partire da settembre 2008.
L’obbiettivo è quello di implementare un sistema di ridesharing che aiuti i giovani nel consumo responsabile di alcool, unendo due significati di social network, quello più utilizzato oggi di comunità online con quello più tradizionale di rete sociale di mutua assistenza.
Il cuore del sistema è un braccialetto che permette di calcolare il tasso alcolico, per esempio all’uscita di una discoteca: se non si è in grado di guidare, il braccialetto invia un segnale ad una centrale che automaticamente provvede ad inviare un messaggio (sms, email, IM) ad un componente disponibile della propria rete sociale, un amico, un fratello, un genitore che provvederà a recuperarci.
Per avere più dettagli sul “progetto Brescia” un report breve od uno esteso (in pdf).
Altri progetti del Mobile Experience Lab che coinvolgono città italiane sono:
Firenze
Trento
E’ in corso inoltre una partnership con la Rai, future media for everyone.
Un peccato non veder maggiormente pubblicizzati, su old e new media, questi progetti innovativi che interessano città italiane: sarebbero notizie in grado di sollevare (un po’) il morale.
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Avevo segnalato nell’ottobre scorso – e ne avevo accennato a Sci(bzaar)net – l’imminente nascita di una piattaforma web 2.0 per scienziati e ricercatori.
La prima versione di ResearchGate è ora online.
Lo scopo di questo progetto, creato da giovani dottorandi inglesi e tedeschi, è creare un ambiente in cui gli scienziati possano interagire, scambiare conoscenze e collaborare in uno spirito multidisciplinare.
Alcuni modalità di partecipazione sono suggerite da questi punti:
- presentare i propri progetti di ricerca
- allargare la propria rete di contatti
- scambiare conoscenze e capacità
- iniziare collaborazioni
- discutere su limiti e potenzialità delle proprie ricerche attraverso un feedback con altri scienziati
ResearchGate ha un programma di partnership con varie organizzazioni ed istituti di ricerca internazionali.
update: vedo che ne viene fatta pubblicità su Facebook. Buona mossa.
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