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Il linguaggio dell’algoritmo che descrive e riplasma il mondo

Su questo pianeta abbiamo un nuovo “competitor” che ci affianca nell’impresa di descrivere — e forse plasmare -il mondo: l’algoritmo.

È sul nostro rapporto con questo linguaggio al contempo tecnico e magico che indaga Ed Finn, fondatore del “Center for Science and the Imagination” alla Arizona State University, nel suo libro Che cosa vogliono gli algoritmi? L’immaginazione nell’era dei computer.

Gli algoritmi sono costrutti funzionali che esistono da secoli, almeno da quando il matematico arabo al-Khwarizmi li ha formalizzati. Ma è con l’avvento dell’informatica che hanno cominciato il loro viaggio di “rielaborazione” della realtà. Inizialmente il computazionalismo assegnava loro un compito limitato, quello di risolvere specifici problemi tecnici. Con l’aumento delle capacità computazionali dei nostri dispositivi digitali e soprattutto con l’aumento esponenziale dei dati disponibili, gli algoritmi hanno cominciato la loro trasformazione: sono diventati presenze immateriali ma dirimenti, famigliari ma misteriose. Alimentati dai nostri big data, manipolano simboli e influenzano il nostro mondo, il nostro comportamento, il nostro futuro, immediato e remoto.

Finn afferma che gli algoritmi operano

all’intersezione fra lo spazio computazionale e quello culturale, devono trovare un compromesso, una mediazione, tra i modelli matematici e quelli pragmatici della ragione […] e sono un tentativo ambizioso per rendere «effettivamente calcolabili» ampie zone della cultura.

Il punto è che questi agenti intelligenti che ci circondano e ci seducono con loro utilità sono creati, direttamente o indirettamente, per una sola ragione: produrre utili. Google, Amazon, Netflix, Facebook aggiungono uno strato algoritmico al nostro quotidiano per renderci appagati paganti, in un modo o nell’altro, dei loro servizi e delle loro merci.

L’autore non esprime una condanna esplicita di queste pratiche, vuole però avvisarci che questa rielaborazione utilitaristica e commerciale esiste: siamo inevitabilmente una fonte dati preziosa per chi ne riesce a trarre profitto.

L’algoritmo semplifica, astrae, ripulisce la realtà dai fastidi della complessità.

Evochiamo questi algoritmi attraverso l’interfaccia, il cavallo di Troia attraverso cui li accogliamo nelle nostre vite. La stessa interfaccia, amichevole ed efficiente, che adempie a un’altra funzione, più nascosta e meno gentile di quelle esplicite che siamo abituati a utilizzare; pensando ad esempio ai pickers (magazzinieri, perché anche i termini inglesi possono edulcorare la realtà) di Amazon o ai riders dei servizi di food delivery Finn scrive:

(il sistema) risucchia tutto l’imbarazzo e il fastidio del mondo reale, scaricandolo come altrettanti rifiuti tossici addosso ai lavoratori della cloud, che devono organizzare le proprie vite intorno a strutture algoritmiche astratte di impiego e valore.

Il capitalismo ha condotto negli ultimi decenni all’accumulazione di merci, al quasi compulsivo acquisto di beni che, per lo più, sono utilizzati molto poco. Ormai classico è l’esempio dell’automobile che per il 95% del tempo rimane parcheggiata. L’ auto-immobile. L’economia del matching –o più carezzevolmente la sharing economy –resa possibile dagli algoritmi ha fatto diventare anche i tempi morti e gli oggetti dormienti profittevoli:

lo «strato di interfaccia» è una colonizzazione dei tranquilli stagni del capitalismo contemporaneo.

In questo quadro vagamente distopico c’è da chiedersi cosa c’entri l’immaginazione evocata dal titolo. Il fatto è che anche la componente creativa e artistica, finora esclusiva umana, comincia ad essere replicata (termine non casuale…) dalle macchine e dalla loro mente algoritmica.

Solo un esempio, che mi ha colpito. La famosa serie “House of Cards” è stata da Netflix attentamente scelta (da una precedente miniserie della BBC) e ri-elaborata da algoritmi sofisticati che prendevano in considerazione moltissimi parametri:l’obbiettivo, naturalmente, era quello di farne un prodotto di successo, avvincente e remunerativo. Fin qui niente di sorprendente per chi conosce i moderni meccanismi dell’ entertainment nell’era digitale. Quel che sorprende è che una volta che l’algoritmo ha suggerito (imposto?) come regista David Fincher e come protagonista Kevin Spacey, ai due artisti è stata data carta bianca: l’interazione creativa che ne sarebbe risultata era già stata messa in conto, quantificata e computata.

Con il machine learning si sta andando molto oltre: abbiamo algoritmi che creano algoritmi. Questa tendenza non porta solo all’affacciarsi dell’Intelligenza Artificiale, discussa, auspicata e temuta da decenni, ma anche di “uno spazio computazionale dell’immaginazione” con cui occorrerà confrontarsi.

Il libro di Finn è un lungo ragionamento, tra filosofia, ontologie in discussione, semiotica “artificiale”, tecnologia. La seduzione degli algoritmi deriva, forse, dall’intuizione che essi potranno spiegarci qualcosa di noi stessi finalmente “dal di fuori”, creando uno specchio, anzi, un’interfaccia attraverso cui riconoscersi e cominciare a intravvedere qualcosa di “altro”.

 

Originariamente pubblicato su Medium.

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