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Le parole sono importanti, le definizioni anche: il caso della #sharingeconomy

Originariamente pubblicato su Medium

Ci sono termini che improvvisamente diventano di moda, veicolati come memi soprattutto attraverso la rete. Negli ultimi tempi, per esempio, si è cercato di categorizzare l’insieme dei nuovi modelli economici apparsi all’orizzonte grazie al digitale cercando di trovarne il minimo comun denominatore; il compito si è rivelato arduo, creando spesso fraintendimenti ed equivoci.

Sharing economy” è il termine più utilizzato ma abbraccia pratiche, servizi, modelli spesso molto, troppo differenti tra loro. Un movimento di pensiero sta addirittura proponendo di “uccidere” il termine stesso di sharing economy a causa della sua natura fuorviante.

Cerchiamo allora di fare un po’ di ordine tra le varie definizioni, che evidenziano ciascuna diversi aspetti.

La sharing economy è, secondo la versione online dell’Oxford Dictionary

un sistema economico nel quale gli assets o i servizi sono condivisi tra privati sia gratuitamente che a pagamento tipicamente attraverso Internet

Si pone quindi l’accento sulla condivisione tra privati tralasciando le piattaforme che permetto l’incontro tra domanda e offerta. Ma nel caso di giganti (a proposito, si parla in questi casi anche di “gig economy”…) come Uber e AirBnb l’infrastruttura tecnologica e organizzativa sovrasta decisamente l’aspetto della condivisione. I conducenti Uber sono teoricamente dei freelance, in un rapporto alla pari con i passeggeri: in realtà possono esser considerati dei dipendenti-fantasma della società, che sfrutta questa asimmetria generando nuovo precariato e nello stesso tempo accumulando grandi guadagni grazie al fatto di non possedere gran parte dei beni (le automobili). Il fatto che per modelli analoghi ci si esprima in termini come “come Uber, ma per la musica” fa sì che in questi casi il termine “Uber economy” risulti il più esplicativo. C’è un altro fattore da tenere in considerazione: è possibile che il modello attuale, per questi colossi, sia solo transitorio e che in un futuro prossimo mezzi di trasporto e strutture per l’ospitalità (ri)diventino di proprietà delle aziende-piattaforme.

Aziende che possano dirsi realmente attrici della sharing economy dovrebbero rispettare, per molti addetti ai lavori, alcuni criteri, come quelli elencati in questo istruttivo post del magazine Fast Company:

  • Il core business è basato sullo sfruttamento del valore di assets inutilizzati o sotto-utilizzati sia per benefici di carattere economico che non.
  • L’azienda dovrebbe avere una chiara missione orientata al valore ed essere costruita su principi di trasparenza, umanità e autenticità che guidino le strategie a breve e lungo termine.
  • I fornitori di beni e servizi (lato offerta) dovrebbero essere apprezzati, rispettati e incoraggiati e l’azienda impegnarsi nel rendere loro la vita migliore economicamente e socialmente.
  • I clienti (lato domanda) della piattaforma dovrebbero beneficiare dell’accesso efficiente ai beni e servizi tanto da preferire questa modalità alla loro proprietà.
  • Il business dovrebbe essere realizzato in un mercato distribuito o decentralizzato che crei un senso di appartenenza, di responsabilità collettiva e di mutui benefici attraverso la community così costruito.

Quali sono gli esempi di società e servizi che operano in una sharing economy definita come in precedenza? Per rimanere nel campo della mobilità si possono citare BlaBlaCar, che permette di offrire/trovare passaggi in auto, Turo, noleggio di auto tra privati o Spinlister, un servizio di condivisione di biciclette. Un settore emergente è quello della logistica a domicilio; per contrastare servizi forniti da colossi come Amazon si cercano modelli alternativi come TocTocBox, community di sharing delivery che mette in contatto chi deve spedire con chi viaggia.

Ma questi esempi possono anche rientrare nell’insieme della collaborative economy” in cui viene evidenziato l’aspetto collaborativo tra “pari” (e quindi anche “peer economy): anche le piattaforme di crowdfunding si inseriscono in questa definizione così come Fubles, un sito italiano di grande successo che aiuta gli utenti a organizzare partite di calcetto e Gnammo, piattaforma italiana di social eating.

Alcuni, come l’Harvard Business Review, ritengono più corretto parlare di “access economy nei casi (quasi tutti) in cui un’intermediario sotto forma di piattaforma permette l’incontro tra utenti che sarebbero altrimenti impossibilitati a conoscersi. In questo caso si vuole rimarcare l’allontamento da un modello utopistico come quello della “gift economy” alimentata dalla contribuzione volontaria.

Tornando a Uber, il suo modello di business rientra anche nella definizione di “on demand economy”, che racchiude i servizi o i beni che vengono forniti su richiesta e/o in tempo quasi reale. Vengono considerati esempi di questa economia “à la carte” i servizi di food delivering come Just Eat, piattaforme di crowdsourcing come freelancer.com, siti per la ricerca di persone che facciano le pulizie di casa come la discussa Handy o per trovare babysitter come l’italiana Le Cicogne; ma soprattutto in quest’ultimo caso, come non far rientrare quest’attività nellareputation economy” che vede come elemento chiave e generatore di valore la reputazione?

Ho provato a costruire un diagramma con tre delle definizioni di cui ho parlato per “etichettare” alcune delle aziende citate; ho riflettuto a lungo sulla categoria o sull’intersezione tra categorie in cui inserire ciascuna azienda ma questo non è certo l’unico posizionamento possibile.

digitaleconomy

L’unica certezza è che queste “new economies” sono emerse e vengono sperimentate grazie a strumenti e filosofie proprie della Rete e delle tecnologie digitali dell’informazione e della comunicazione: sono tutte parte della “digital economy”.

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