Arte reticolare
03/11/2007

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Nei giorni scorsi ho visitato a Roma la mostra su Rothko (molto bella) e quella sulla pop art tra il ‘56 e il ‘68 (interessante e divertente).

Visitando quest’ultima esposizione e muovendomi tra le opere di Warhol, Hamilton, Lichtenstein, Rauschenberg, Schifano, Festa e tutti gli altri profeti ed adepti dell’arte “popular” mi sono venute in mente alcune considerazioni.

Alla base della pop art vi è l’osservazione dell’allora nascente società dei consumi e della comunicazione di massa. I nuovi idoli, i nuovi miti — marchi, oggetti di consumo, attrici, astronauti — che emergono vengono celebrati in modo spesso ironico ed apparentemente complice attraverso la loro decontestualizzazione. Frammenti e schegge di volti, insegne, locandine, elettrodomestici vengono estrapolati dal flusso mediatico, rielaborati, ingranditi, colorati, mischiati come mash-up ante litteram e quindi ributtati in pasto sia alla cultura d’élite sia cultura di massa. Non vi è un filtraggio intellettuale, non vi è un esplicito desiderio di critica sociale ma una visione disincantata ed edonistica di un mondo in cui la spersonalizzazione e l’omologazione seriale sembrano far evaporare l’individuo in una nuvola di luci fluorescenti. Ma l’atto stesso di rappresentare una tale realtà cambiando semplicemente la scala di percezione od il mezzo di fruizione dei suoi oggetti-simbolo rappresenta un premonitore atto rivoluzionario. L’utilizzo di strumenti e tecniche — collage, fotografia, cinema e quindi video — che superino i confini della pittura classica anticipa concetti come quelli di transmedialità che decenni dopo, grazie alle nuove tecnologie informatiche ed Internet, possono essere esplorati anche da un punto di vista artistico ed emozionale.

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