Le reti sociali tra on e offline
07/11/2009

Status, notifiche, segnalazioni di presenza sono ormai segnali abituali che accompagnano la nostra vita nello spazio sociale online.

E se trasferissimo queste funzionalità nel contesto della nostra  esistenza “fisica”quotidiana?

Un gruppo di ricercatori europei sta sperimentando un sistema chiamato ASTRA, che tramite sensori e smart objects, creano attorno ad ogni individuo una sorta di aura informativa in grado di inviare e ricevere messaggi e aggiornamenti in  modo automatico dalla sua rete sociale.

Per esempio, entrando in ufficio un sensore rivela la nostra presenza, aggiornando il nostro status su Facebook  (”Sono in ufficio”), rendendoci disponibili per chiamate e chat di lavoro e visualizzando attraverso i colori di un’opera astratta il carico di lavoro previsto per la giornata.

Al rientro a casa, lo status è aggiornato, vengono abilitati i contatti con i nostri famigliari e delle piantine artificiali ci indicano con il loro movimento se qualcuno dei nostri amici è già rientrato in casa (vedi video).

Il modello è definito focus-nimbus: il primo termine definisce il tipo e la quantità di informazioni che si scelgono di ricevere, il secondo tipo e dettaglio di informazioni che si vogliono condividere con gli altri. La privacy è garantita da questo sistema di regole, che definisce il livello di apertura della finestra affacciata sulla nostra esistenza.

Questo sistema di “percezione pervasiva” è un’altra delle tante sperimentazioni in atto di realtà aumentata, sperimentazioni che producono però, dopo anni, risultati ancora acerbi e incerti, malgrado l’entusiasmo che accompagna ogni nuovo annuncio di progetti o applicazioni.

[via acm.org]

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L’identificatore unico cancella la privacy nei social network
27/08/2009

Uno studio del Politecnico di Worcester ha evidenziato come le informazioni e i contenuti che gli utenti depositano nei social network non solo vengono tracciati in forma aggregata da terze parti a scopi commerciali ma potrebbero essere facilmente ricondotti a ogni singolo utente grazie all’identificatore unico assegnato a ogni membro della community.

Dice il prof. Craig Wills, uno degli autori della ricerca:

When you sign up with a social networking site, you are assigned a unique identifier. This is a string of numbers or characters that points to your profile. We found that when social networking sites pass information to tracking sites about your activities, they often include this unique identifier. So now a tracking site not only has a profile of your Web browsing activities, it can link that profile to the personal information you post on the social networking site. Now your browsing profile is not just of somebody, it is of you.

Anche se non si può provare che tale possibilità sia realmente utilizzata, gli autori della ricerca consigliano ai gestori dei social network di rendere invisibile tale identificatore unico, in modo da evitare ogni possibile tentazione.

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Creare un impatto sociale con le nuove tecnologie
13/07/2009

Commissionato dal NESTA, l’agenzia per l’innovazione britannica, e scritto da esperti del settore è uscito “Social by Social – A practical guide to using new technologies to deliver social impact”, una “pratica guida per creare un impatto sociale con le nuove tecnologie“.

Il libro è disponibile via print-on-demand ma i suoi contenuti sono rilasciati con licenza Creative Commons e sono liberamente consultabili online.

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La governance delle comunità online
25/06/2009

Un paio di giorni fa in un help-desk di Kublai con Reti Glocali si è parlato di ingegneria sociale, ovvero di come far nascere ed evolvere una comunità online; curiosamente nel pomeriggio mi ero letto un report proveniente dall’Australia, scritto da due studiosi della Queensland University of Technology, dal titolo Social Media: Tools for User-Generated Content – Social Drivers behind Growing Consumer Participation in User-Led Content Generation (primo di una trilogia dedicata ai social media).

E’ stato istruttivo notare come la ricerca e le considerazioni fatte “sul campo” coincidessero, sintomo che ci si sta avvicinando alla definizione di un nucleo stabile di metodologie, funzionalità, buone pratiche nella progettazione e gestione delle reti sociali online (e non dimentichiamo il lavoro di Giacoma-Casali, Motivational Design – Una metodologia per il social network design giunto proprio i questi giorni alla versione 1.5).

Cerchiamo di sintetizzare qualche punto.

I social network sono un mezzo, non un obbiettivo. Devono servire a costruire una comunità che abbia visioni e obbiettivi comuni, da raggiungere attraverso il plusvalore apportato dalle interazioni, che come enzimi catalizzano e accelerano i processi creativi e realizzativi.

Gli amministratori e i community manager devono essere delle guide discrete ma attente che indirizzano la comunità verso l’auto-organizzazione; per far questo occorre avvalersi dei membri più attivi e autorevoli, che avranno responsabilità via via crescenti all’ interno della comunità, come moderatori, come tutor per i novizi, come facilitatori, come portavoce e come suggeritori di innovazioni strutturali e funzionali all’interno della piattaforma.

La soglia di accesso deve essere il più bassa possibile – sistemi di autenticazione distribuita tipo Facebook Connect e OpenID sono una risorsa preziosa – e il nuovo membro deve essere subito accolto, guidato e invitato a interagire con il resto della comunità.

La fase di apprendimento avviene, soprattutto per i meno esperti della vita online, a piccoli passi: prima amicizie, qualche commento sul wall, qualche foto link condiviso. Non aver fretta che l’utente dia subito contributi significativi.

Una regola fondamentale è l’assunzione di equipotenzialità di tutti i membri; questo non significa che tutti sono uguali, ma che tutti hanno le stesse possibilità di divenire membri autorevoli all’interno delle comunità, per le competenze e per le capacità che saranno riusciti a esplicitare.

E’ importante che gli utenti sappiano di avere il massimo controllo sui loro dati e sui loro contenuti; massima trasparenza, rispetto della privacy, termini di servizio chiari e immediata comunicazione di ogni variazione nelle “regole del gioco” sono elementi fondamentali per instaurare un clima di fiducia all’interno della rete sociale.

L’emersione dei contenuti, delle idee e degli individui più interessanti è un’operazione che coinvolge tutta la community, coadiuvata da sistemi di feedback impliciti, come il numero di commenti o il numero di visite a un dato profilo o espliciti come il rating. In generale la capacità di auto-organizzazione e auto-gestione di una comunità è chiamata da Howard Rheingold social accounting ed è resa possibile da tutta una serie di strumenti che permettano di creare, valutare e rendere persistente nel tempo la reputazione di ogni utente e la validità di ogni contenuto.

Creare un forte senso di appartenenza alla comunità rende meno critico il naturale evolversi della comunità stessa, che manterrà una sua unitarietà anche con il crescere dei membri e della complessità strutturale.

L’apertura della piattaforma al resto della Rete garantisce un interscambio fecondo, permettendo che i contenuti più significativi e i loro autori acquisiscano visibilità e “pubblicità” anche al di fuori della rete sociale: queste e altre gratificazioni sono incentivi importanti che stimolano la partecipazione e la generazione di contributi originali.

E’ importante non solo monitorare ma anche analizzare con metodologie e strumenti appropriati le dinamiche della rete sociale; i manager di Kublai, per esempio, grazie al lavoro di social network analysis di Ruggero Rossi sponsorizzato da Alberto Cottica, sono riusciti a ricavare informazioni utili per la governance della comunità.

update: Davide Casali mi fa giustamente notare un altro aspetto importante che avevo trascurato: la necessità per gli amministratori  di partecipare attivamente alla vita della community, per conoscerne dall’interno tutte le dinamiche  e per comprenderne lo zeitgeist nonchè per far sì che, come dimostrato anche dall’analisi di Ruggero, vengano mantenute le caratteristiche di piccolo mondo della rete sociale (gli amministratori, in generale, mantengono i legami con i membri periferici della comunità).

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Frontiers of interaction a Roma
02/06/2009

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Lunedì prossimo,  8 giugno, a Roma.

Io ci sarò.

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p2p social networks
23/03/2009

Come incontrarsi con il proprio gruppo di amici? Uscire e darsi appuntamento in un locale o invitarli a casa propria?

Per ora, quando si parla di amicizie online, l’unica possibilità è la prima, cioè iscriversi ad un servizio di social networking fornito da un determinato provider. Questa architettura centralizzata, client-server, domina l’offerta nel settore delle comunità virtuali.

Qualcuno si sta chiedendo perché un’altra soluzione, quella di reti sociali decentralizzate che si avvalgano di tecnologie peer to peer, non possa essere presa in considerazione.

Le reti p2p sono tradizionalmente utilizzate per il file-sharing e gli utenti interagiscono tra loro essenzialmente a basso livello, tramite la condivisione di risorse hardware come CPU, banda, spazio su disco e nella gestione del sistema. D’altro canto i membri dei social network online interagiscono ad un livello più alto, scambiandosi informazioni,contenuti, idee, stati d’animo.

E’ possibile realizzare reti sociali auto-organizzate ad ogni livello, con un’infrastruttura p2p che consenta connessioni mobili ed anche indipendenti dall’acceso Internet? E quali vantaggi si avrebbero utilizzando questa soluzione?

da Self-organized Virtual Communities: Bridging the Gap between Web-based Communities and P2P Systems

da Self-organized Virtual Communities: Bridging the Gap between Web-based Communities and P2P Systems

Diciamo subito che in realtà il modello centralizzato ha dimostrato di funzionare piuttosto bene; uno dei limiti che in passato potevano esserci, quello della scalabilità, è stato risolto grazie ad architetture come quella del cloud computing, anche se questa soluzione non è certo a basso costo.

Il punto centrale è quello della proprietà dei dati: riversare i propri profili ed i propri contenuti in un unico database centralizzato vuol dire fornire ai proprietari della piattaforma la possibilità di svolgere un’efficiente e remunerativa operazione di data mining per scopi commerciali. Inoltre regole e termini di utilizzo sono fissati anch’essi dall’alto.

In una rete p2p i dati ed i contenuti rimarrebbero saldamente nelle mani degli utenti, che li condividerebbero in maniera sicura (criptata) solo con i loro contatti o adottando standard aperti e/o licenze tipo Creative Commons.

Un altro vantaggio sarebbe quello di potersi agganciare alla propria rete sociale online anche attraverso altre reti, diverse da Internet: reti mobili, wireless mesh networks ma anche comunicazione diretta (per esempio via Bluetooth) tra dispositivi (PDA, smartphon, netbook).

In sintesi i possibili benefici potrebbero riguardare:

  • Nessun repository centralizzato di terze parti
  • Dati sotto il controllo dell’utente
  • ubiquitous access, anche via rete mobile, wireless mesh networks, Bluetooth
  • Accessibile attraverso molteplici devices, utilizzando anche lo scambio diretto di dati
  • Piattaforma aperta e modulare, con possibilità di creare ed aggiungere applicazioni

Esistono però anche una serie di problemi, sia dal lato tecnico che da quello dell’utente.

Adattare una rete p2p alle nuove esigenze significa prima di tutto individuare le criticità:

  • Dove immagazzinare i dati? Solo nei computer degli amici? In nodi casuali? Come assicurare che vi siano un numero sufficiente di copie di ogni contenuto in modo da garantire la loro disponibilità e la loro efficiente distribuzione?
  • Come gestire l’update dei contenuti – lo status, per esempio – visto che le tradizionali reti p2p di solito non comprendono il versioning?
  • Che topologia utilizzare?
  • Come risolvere il problema della ricerca – degli amici, non dei contenuti – e quindi dell’identificazione degli utenti?

Inoltre far accettare all’utente il fatto che la sua “immagine sociale” debba essere costituita, oltre che dalla sua presenza, anche dalla sua disponibilità a mettere in comune parte del suo hardware e della sua banda richiede una ridefinizione dei classici meccanismi di incentivazione, già noti ai progettisti di social software.

E’ chiaro che architetture di questo genere non si porrebbero in alternativa ai consolidati modelli centralizzati ma ne costituirebbero un complemento ed un completamento.

Si possono immaginare sottoinsiemi di membri di social network globali che costruiscono un social network locale p2p, sfruttando, per esempio, relazioni di fiducia già stabilite e relazioni di prossimità geografica.

Per chi volesse saperne di più:

Self-organized Virtual Communities: Bridging the Gap between Web-based Communities and P2P Systems (pdf)

A Case for P2P Infrastructure for Social Networks – Opportunities & Challenges (pdf)

Community Building over Neighbourhood Wireless Mesh Networks (pdf)

PeerSon.net – un sito di ricercatori attivi nel campo dei p2p social network

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Il numero di Dunbar sopravvive nei social network?
28/02/2009

Molti di voi conoscono il numero di Dunbar, ovvero la grandezza massima che può assumere la rete sociale di ogni individuo; questo numero, pari a circa 150, risulta una sorta di costante che resiste ai cambiamenti sociali e culturali che hanno portato l’uomo dai villaggi neolitici alle megalopoli. Sembra che il costo cognitivo associato al mantenimento di questo insieme di relazioni stabili abbia quindi un limite superiore.

La domanda che sorge è ovvia: questo numero rimane invariato anche in un’epoca di social network online?

L’Economist ha chiesto a Cameron Marlow, resident sociologist di Facebook, di verificare quest’ipotesi. Il risultato è che, all’interno del social network, sia pure in presenza di un ampio range di variabilità, ogni utente ha una media di 120 amici, e le donne hanno qualche amicizia in più degli uomini. Sembra dunque ancora confermata la validità del numero di Dunbar.

E’ stato anche rilevato che esiste un core, un nocciolo duro di amici, con i quali si scambiano più spesso commenti ed informazioni: questo nucleo è di circa 7 amici per gli uomini e 10 per le donne, nel caso di un utente medio. Da notare che anche chi ha molti più amici, nell’ordine di 500, possiede un sottoinsieme di “amiconi” non molto più grande, ovvero circa 20, sempre maggiore nei casi di utenti di sesso femminile.

In un commento all’articolo, Jake Young, giovane neuroscienziato, ipotizza che nel caso delle reti online il costo cognitivo associato al mantenimento delle relazioni sia dovuto non tanto alla difficoltà di comunicare con qualcuno – costo quasi azzerato in Internet – quanto dallo sforzo mnemonico di ricordare ogni volta con chi si sta parlando, che lavoro svolge, perché lo conosciamo, quali informazioni ci siamo scambiati nel passato ecc.

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Lo status sociale sotto l'occhio di quubie
26/02/2009

quublogo

Lo sapevate che scrivere sul vostro status di Facebook qualcosa del tipo “Federico va a mangiare una pizza da Santillo o’Animale: chi mi accompagna?” è diverso che scrivere “Federico rapisce i propri pensieri per tingerli di blu”?

Il primo è un esempio di micropresence, in cui date informazioni sulla vostra localizzazione fisica e che, in teoria, dovrebbe essere soggetto a regole di privacy più rigide. Il secondo è un semplice microblogging, una momentanea cristallizzazione di vostri pensieri più o meno psichedelici o, più banalmente e prosaicamente, un web-sms broadcast.

La distinzione l’ho trovata tra le pagine di quub, un nuovo servizio che consente di avere una “centrale unica” per aggiornare gli status in diversi altri servizi e social network quali Twitter, LinkedIn, Plaxo, Facebook ed altri.

Il valore aggiunto, oltre alla praticità, dovrebbe essere quubie, un’intelligenza artificiale in grado di aiutarci a mantenere aggiornato lo status. Francamente come funzioni ancora non l’ho capito: immagino che semplicemente memorizzi gli status ricorrenti, o frazioni di questo; ogni status è infatti diviso in tre parti che approssimativamente corrispondono a “Dove”, “Cosa” e “Cos’altro”.

Il servizio nasce da un progetto di ricerca, Nomatics*IM, dell’Università di Irvine in California e precisamente del LUCI (Laboratory for Ubiquitous Computing and Interaction); si tratta di un sistema che cerca di automatizzare la micropresence utilizzando sistemi di IM integrati con i sensori (driver Wi-fi, GPS ecc.). Praticamente una sorta di Google Latitude

Tornando a quub, vi sono anche funzionalità social, come la possibilità di aggiungere contatti con cui interagire e di cui seguire l’evoluzione dei rispettivi “stati”.

Onestamente non so quanto possa essere utile un servizio del genere; prima di tutto non è detto che ciò che scrivo nello status di Facebook vada bene anche per LinkedIn, per esempio. In secondo luogo la sincronizzazione avviene in un solo senso: se aggiorno lo status su Facebook ciò non avviene su quub e quindi sugli altri servizi.

Attualmente quub è in beta privata: se vi va di provarlo ho una decina di inviti a disposizione.

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Buddypress, il Wordpress sociale
13/02/2009

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Approfitto dell’uscita, in queste ore, della prima release candidate di BuddyPress per parlarvi di questa piattaforma per il social networking che sto testando da qualche giorno.

BuddyPress è un giovane progetto open source che si propone di sviluppare un pacchetto software gratuito da utilizzare per creare social networks; esso si basa sulla famosa piattaforma di blogging Wordpress, o meglio, sulla sua versione multiutente Wordpress MU già utilizzata come base da Wordpress.com oltre che da molti giornali online, dal New York Times a Le Monde, da università come Harvard e da grandi compagnie come Yahoo!

BuddyPress è costituito sostanzialmente da un set di plugin – scritti in PHP – per Wordpress MU che, aggiungendo tutta una serie di funzionalità specifiche, trasforma il network di blog in una vera piattaforma di social networking (qui una demo online).

Ogni plugin è indipendente: si può quindi scegliere di caricarne un determinato sotto-insieme.

Esiste un core-plugin che permette di integrare i differenti plugin tra di loro e di apportare le necessarie modifiche all’interfaccia Wordpress MU. Le caratteristiche di modularità ed apertura ne fanno una piattaforma dalle grandi potenzialità.

E’ già attiva una comunità di sviluppatori che presumibilmente si allargherà di pari passo con la popolarità della piattaforma stessa.

Le funzionalità già implementate sono quelle classiche di una piattaforma per il social networking: creazione di profili utente, messaggistica interna, amicizie, gruppi con forum di discussione integrato (basato su bbpress), wire – l’equivalente del “wall” di Facebook, flusso di attività; in più dai progetti originali viene ereditata la possibilità per ogni utente di creare il proprio blog , indipendente ma nello stesso tempo integrato nella comunità online (ogni nuovo post viene segnalato nel social network).

Esiste un sistema di notifiche via email (personalizzabili dall’utente) che invia informazioni sulle attività del social network di interesse per l’utente. Per tenersi aggiornati sul flusso informativo è possibile anche utilizzare i feed RSS.

Di facile installazione BuddyPress colpisce per la sua stabilità (io ho testato la beta 2), la sua leggerezza e per l’ottima disposizione delle informazioni. La homepage può essere facilmente “montata” dall’amministratore della piattaforma attivando e disponendo tutta una serie di widget. La grafica, già molto pulita e rilassante nel template base, è modificabile tramite i fogli di stile associati ad ogni modulo. Efficace la gestione del social network attraverso un apposito menu nella sezione di back-office, per il resto simile a quella di ogni blog Wordpress.

Certo, le funzionalità sono per il momento limitate ed esistono alcune imperfezioni ma credo che “Buddy” abbia buone potenzialità, soprattutto se attrarrà una massa critica di utenti e di sviluppatori in grado di richiedere ed implementare nuove funzioni, come le già progettate integrazioni con Facebook Connect, OpenSocial ed OpenID, la presenza dello status utente, l’album fotografica e via dicendo.

Trovo che BuddyPress sia una buona alternativa a soluzione SaaS come KickApps e TamTamy, tenendo presente i vantaggi e gli svantaggi associati ad ogni scelta: un pacchetto software da installare su un proprio host (o server virtuale o dedicato) permette di avere il massimo controllo, sia sui dati che sull’applicazione e consente una personalizzazione spinta. D’altro canto occorre preoccuparsi di questioni come la scelta dell’ambiente su cui installarlo, la larghezza di banda, il backup.

update: arturo mi suggerisce giustamente di citare il sito italiano dedicato a BuddyPress.

ps sto scrivendo una panoramica più completa che metterò online tra qualche giorno; nel frattempo per chi fosse interessato lascio il link per un piccolo documento che ho scritto su KickApps, piattaforma web-based “white label” per la costruzione e gestione di social network.

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Il futuro dei social network secondo il W3C
07/02/2009

Il workshop organizzato dal W3C (World Wide Web Consortium) e dedicato al futuro dei social network che si è tenuto a fine gennaio a Barcellona (ne ha parlato anche esperimento tre) rappresenta un buon punto di partenza per cercare di capire problematiche, opportunità e tendenze nel sempre più importante mondo delle reti sociali online.

Oltre 72 papers rappresentano il punto di vista sull’argomento di esperti, ricercatori, industrie delle TLC e dei servizi.

I temi trattati sono stati:

  • la ricerca di architetture meno centralizzate e più distribuite per i social network
  • data portability
  • modelli di business
  • l’incremento delle informazioni contestuali associate ad ogni utente
  • problemi di privacy; il Web of trust
  • la tendenza degli attuali social network ad escludere le persone con handicap e disabilità

Le decisioni prese al termine dei lavori riguardano la creazione di W3C Incubator Group in grado di mappare le tecnologie di interoperabilità esistenti (sviluppate anche al di fuori del W3C )per permettere una loro integrazione attraverso l’implementazione di un’architettura decentralizzata open source.

Inoltre si è deciso di creare delle best practices sulla privacy (sia per gli utenti che per i fornitori dei servizi), di sviluppare un protocollo per i micropagamenti e approfondire lo studio sull’integrazione dei sensori e dei contesti utente all’interno del Web.

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