Blockchain

Origine e forme del valore degli NFT

Come attribuire il giusto valore ad asset basati su NFT? Un mercato appena nato non ha raggiunto uno stato di equilibrio tale da potersi affidare alla legge della domanda e dell’offerta: nei settori della cryptoart e dei collectibles ci sono tantissimi offerenti e relativamente pochi compratori, in quello del mercato fondiario virtuale il contrario. Guardare lo “storico” di asset simili? Anche in questo caso ci sono pochi dati a disposizione, che potrebbero essere inquinati da speculazioni e da facili ma immotivati entusiasmi. Gli esperti sono comunque a corto di esperienze, gli intermediari in teoria non dovrebbero neanche esistere nel mondo blockchain.

Possiamo però procedere per tentativi per capire come e perché gli NFT acquisiscano valore.

Un punto risulta essere molto chiaro. Ciò che rende appetibili gli NFT e di conseguenza conferisce loro un valore intrinseco come strumento è la capacità di certificare pubblicamente la proprietà di un bene digitale. Ogni transazione che avviene in una blockchain rimane memorizzata e chiunque può controllare l’indirizzo proprietario di quel bene. È come se esistesse un inventario globale condiviso degli oggetti digitali.

L’espressione forse più diretta di questo aspetto degli NFT è la compravendita (per ora essenzialmente l’acquisto) di parcelle di terreno virtuale in mondi come Decentraland, Somnium Space, Cryptovoxels e Sandbox. Spinti dal desiderio di essere tra i primi a giocare la partita del Monopoli nel metaverso, brand, aziende, agenzie immobiliari, speculatori e vip usano i token non fungibili per formalizzare la proprietà dei loro lotti, pronti a installarvi qualche negozio o qualche non ben definita attività, ad affittarli o a rivenderli a prezzo maggiorato. Un po’ come Las Vegas agli esordi, una landa desolata in cui qualche gangster con il pallino degli affari costruì un casino: seguirono subito altri affaristi, pronti a scommettere (appunto) su una città che ancora non esisteva. Tutto questo si è già visto anni fa anche nello spazio digitale, con Second Life, ma senza il corollario degli NFT.

Il valore NFT è per ora confluito nelle casse delle compagnie proprietarie dei mondi virtuali pre- metaverso: Sandbox ha una valutazione di 2 miliardi di dollari, Roblox più di quaranta.

Il settore che più ha beneficiato degli NFT è senz’altro quello della cripto arte: linguaggio visivo che comunica gli ideali della criptovaluta e il suo potenziale nel coltivare una rivoluzione sociale e finanziaria.

Gli NFT hanno permesso agli artisti di liberare la loro creatività in autonomia, consentendoli di aprirsi a un nuovo pubblico e di vendere le loro opere direttamente a un mercato globale, inclusivo, transculturale e fluido: per loro, questo è il valore degli NFT.

Come spiega Olive Allen, una delle pioniere di questo movimento: “La cryptoart è un movimento artistico nato da qualche parte tra i vivaci corridoi delle conferenze blockchain e i minuscoli angoli del cyberspazio dove, a tarda notte, una manciata di ribelli e disadattati cercavano di soddisfare quell’inspiegabile bisogno di cambiare qualcosa nel mondo. E così hanno iniziato a fare arte, spesso utilizzando semplici strumenti per alterare le immagini, gratuiti e ampiamente disponibili su Internet.”

Dall’altra parte della barricata, i collezionisti, grandi e piccoli, hanno molti stimoli e spazi espressivi da esplorare. Oltre l’aspetto economico, il valore risiede nella possibilità di interagire con l’artista, di conoscerlo, di dialogare con lui, di conoscerne background e motivazioni: un’apprezzata possibilità, un tempo riservata a pochi galleristi e grandi collezionisti. Parafrasando il Cluetrain Manifesto, l’arte digitale è ora conversazione.

Bypassando la componente artistica, i più smaliziati, insieme con le startup che operano nell’ambiente blockchain, si sono resi conto della formidabile possibilità che forniscono loro gli NFT: non solo garantiscono la proprietà di un asset digitale ma possono essere usati per creare scarsità artificiale. Con qualche riga di codice, uno smart contract limita il numero di alcuni NFT di una serie, rendendoli rari o unici.

Hanno quindi pensato che si poteva far leva sulla passione (o mania) del collezionismo per guadagnare più velocemente e con meno sovrastrutture artistico-culturali. L’effetto rete, infatti, favorisce maggiormente le collezioni, magari associate a esperienze “gamificate”, che hanno maggior possibilità di attrarre compratori rispetto alle vendite episodiche.

Originata da Cryptokitties e Cyberpunk, è nata la febbre dei collectibles, figurine digitali da vendere, acquistare, rivendere (lo scambio non è popolare che io sappia). Il valore, per questa categoria di creatori, risiede nella possibilità (nella speranza) di guadagnare facilmente, velocemente e, sperabilmente, grosse somme.

Ma non è tutto semplice. Anzi.

È interessante scoprire che nella maggior parte dei casi il valore degli NFT dipende dalla comunità che li supporta: ciò che è “buono” o “cattivo”, cosa comprare, cosa scartare viene deciso nelle discussioni sui server Discord, nelle altre communities sparse tra social come Telegram e tramite i voti nelle DAO. Il valore sociale (relazionale) trascina il valore monetario perché apprezziamo le cose che concordiamo essere preziose.

Senza una solida comunità di utenti, i progetti NFT possono non decollare o possono crollare rapidamente poiché tutti i possessori di token perdono rapidamente interesse. E questo significa che se un progetto NFT non rende sufficientemente chiara la sua proposta di valore all’inizio, può non riuscire a reclutare una comunità sufficientemente grande o la comunità giusta.

Sia chiaro, a volte l’intento di una community è puramente speculativo. Si chiamano campagne “pump and dump” e si propongono di alzare artificialmente il prezzo di strumenti finanziari come le azioni: nei mercati regolamentati sono illegali, nel mondo cripto ancora no.

Abbiamo accennato alla scarsità (alias rarità) predeterminata e embeddata nel codice degli NFT.

Questa scarsità è, comunque, una sorta di elusione giuridica. Visto che ogni bene digitale, anche certificato da un NFT, può essere riprodotto (“tasto destro e salva”), il valore viene indissolubilmente legato alla certificazione di proprietà (e quindi di provenienza) di quel bene: se sono in grado di dimostrare che lo posseggo, che sono il custode dell’”istanza originale”, non mi importa che venga duplicato ad infinitum. Anzi, “più altri sperimentano i beni digitali che possiedo, più valore potrebbe esserci nel possederli.

I brand sono stati sedotti dagli NFT anche per questa visione di “originalità di massa”. Hanno fiutato la possibilità di utilizzarli all’interno di strategie di marketing e come strumento per vendere le repliche digitali (o gli originali virtuali) dei loro prodotti nel metaverso. Inoltre i ricavi delle vendite di NFT iniziali e successive vengono reimmessi nel marchio, supportando progetti sempre più ambiziosi, che a loro volta aumentano il valore degli NFT stessi.

Questo effetto rete non ne esclude altri. Il testimonial delle pubblicità del tempo che fu è ora sostituito da influencer e celebrità — ultima in ordine di tempo Reese Whiterspoon — che mostrano ai quattro social la loro infatuazione per gli NFT (spesso senza sapere bene cosa siano). Più attendibili, i cripto-milionari ne fanno incetta, sia per investimento o speculazione sia per perseguire la propria coerente via verso l’esclusività. Consideriamo che solo prendendo in considerazione i bitcoin si stima vi siano 100.000 neo-milionari. Difficile immaginare una lotta più serrata per accaparrarsi questi status symbol in tema.

Per il resto dell’universo, la ricerca di un piccolo elemento di distinzione da esibire sul proprio profilo Twitter, per esempio, può essere una motivazione sufficiente ad acquistare un NFT tra le centinaia di migliaia a bassissimo costo (a gennaio 2022 mezzo milione di utenti con almeno una transazione solo su OpenSea, il marketplace più famoso).

L’imprenditore Gary Vaynerchuk ha affermato: “Viviamo sempre più in un panorama digitale e gli NFT diventano risorse per comunicare chi sei. Ed è qualcosa che gli esseri umani hanno fatto per sempre: hanno comprato cose per comunicare. Gli NFT saranno la versione in scala di questo”.

La musica e il mondo dell’entertainment guardano agli NFT come la realizzazione pratica di quanto promesso dalla tecnologia blockchain già da qualche anno: la digitalizzazione del valore di un progetto, un disco, un film, una serie tv. Con gli NFT possono essere raccolti fondi tramite un crowdfunding evoluto, rendendo gli utenti co-produttori. Insieme con tutti coloro che sono coinvolti in un progetto, gli acquirenti potrebbero partecipare alla redistribuzione degli utili e beneficiare dell’aumento di valore degli NFT vendendoli in mercati secondari. Come strumenti di marketing possono essere utilizzati con la funzione di “social token”, premiando la community di utenti che, per esempio, spinge l’opera sui social.

L’idea della community ritorna ma in altri casi si trasmuta in quella del club esclusivo. Il possesso dell’NFT garantisce una membership e privilegi di accesso — fisico e virtuale — a luoghi oltre che a beni e servizi. A seconda dell’asset legato all’NFT si può accedere al set di un film, al backstage di un concerto, a una festa esclusiva e a infiniti altri gradi di esclusività.

Concludo con un accenno al rapporto tra NFT e finanza decentralizzata o DeFi. Quest’ultima è strettamente legata alle blockchain e la ricerca di un utilizzo dei token non fungibili in quest’ambito è in piena espansione. Comunque li si giudichi, gli NFT sono riserve di valore e quindi possono essere utilizzati in maniera non dissimile da altri asset simili. Possono, per esempio, costituire garanzie per prestiti, come nella piattaforma di prestiti p2p Arcade, nel settore assicurativo (Cover Compared) o come semplice riserva di liquidità. Una dimostrazione pratica la si trova in quello che stanno facendo diversi musei, anche italiani: ricavare un valore aggiuntivo dalle loro opere agganciandole a NFT che possono essere venduti per ricavare finanziamenti extra.

Gli NFT sono destinati a durare? Miliardi di dollari sono ora embeddati in NTF, investimenti per lo stesso ordine di grandezza vengono continuamente elargiti, artisti e creativi hanno ora un modo per quantificare quanto prima era inquantificabile. E hanno un mercato tra pari globale e libero.

Dopo la fase “read” del primo web, quella “write” del web 2.0 è l’ora della fase “own” del web3. Gli NFT potrebbero esserne la chiave di volta.

Se anche si trattasse di una bolla speculativa, bisogna ricordare che le bolle precedenti – come quella dot com del 2000 – ci insegnano che qualcosa resta, un valore residuo che crea un’infrastruttura solida e persistente, base per il prossimo livello della Rete.

Originariamente pubblicato su Medium

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