Esperienze

Il crowdfunding nel mondo. Africa.

Pubblicato originariamente sul blog di Produzioni dal Basso

Cominciamo con oggi una serie di articoli che illustrano brevemente lo stato del crowdfunding in varie parti del mondo.

Come sostenuto da Frédéric Martel nel suo saggio “Smart. Inchiesta sulle reti” (Feltrinelli, 2015) “le reti e la cultura digitale sono frammentate in funzione delle culture, delle lingue, delle regioni.” Quindi, anche se la filosofia di base del crowdfunding è la stessa, vi sono differenze e peculiarità che ne guidano lo sviluppo nelle varie realtà.

Africa

La prima “scheda” è dedicata all’Africa, un continente estremamente diversificato ma in cui la cultura della “raccolta fondi” tra famigliari e amici è ben radicata; questo farebbe pensare supporre che il crowdfunding abbia la strada spianata versomil successo ma nella realtà esistono dei fattori che ne stanno rallentando — non fermando — la crescita. Diversi segnali fanno pensare che il crowdfunding sarà uno degli strumenti chiave di quell’ “africapitalismo” teorizzato dall’economista, imprenditore e filantropo Tony Elumelu.

I numeri

La fonte più importante per avere un quadro chiaro del settore nel continente è la ricerca del 2015 “Fundraising goes Digital in Africa: The Emergence of Africa-Based Crowdfunding Platforms.” condotta lo scorso anno dalla piattaforma Afrikstart.

Immagine tratta dal report “Fundraising goes Digital in Africa: The Emergence of Africa-Based Crowdfunding Platforms.”

Al momento della ricerca vi erano 57 piattaforme di crowdfunding attive con sede nel continente, la maggior parte in Sud Africa (21) e Nigeria (9). Il nord e l’ovest dell’Africa sono le zone meno coinvolte nella crescita del crowdfunding.

Nel 2015 sono stati raccolti 32,3 milioni dollari, una cifra molto bassa rispetto alla raccolta globale nello stesso periodo (ne rappresenta lo 0.1%) e questo indica che si è ancora in una fase iniziale nell’uso di questo strumento finanziario.

A questa cifra occorre comunque aggiungere 96,4 milioni di dollari raccolti da piattaforme extra-continentali su progetti basati in Africa. In questo contesto fa la parte del leonela piattaforma di micro-lending Kiva con 35,9 milioni di dollari.

Inoltre la proiezione per il 2016 è di 190 milioni di dollari mentre per il 2025 la Banca Mondiale prevede un ordine di grandezza di almeno 2,5 miliardi di dollari.

I portali dedicati al modello “donations based” e all’equity sono la maggioranza; i più finanziati sono i progetti di piccole medie imprese (17.7 milioni di dollari) e legati al settore immobiliare (13.6 milioni di dollari). Per numero di progetti la categoria principale è quella dei progetti “sociali” che però raccolgono poco più di 300.000 dollari; questo si spiega sia con le piccole cifre richieste per questo genere di campagne sia per l’abitudine radicata di richiedere soldi alla cerchia famigliare e di amici che non prevede donazioni verso “estranei”.

Ma il nuovo trend per questo tipo di progetti è quello di piattaforme estere — soprattutto europee — specializzate nella raccolta fondi per progetti in Africa.

I portali africani tendono ad essere locali, pochi per il momento quelli panafricani.

I progetti lanciati sono stati quasi 5.000 ma togliendo quelli relativi al peer-to-peer landing ne rimangono solo 618.

Immagine tratta dal report “Fundraising goes Digital in Africa: The Emergence of Africa-Based Crowdfunding Platforms.”

Si ha inoltre un basso tasso di successo delle campagne (13% nel 2014, in crescita comunque nel 2015), dovuto principalmente alla modalità “Raccogli tutto” che la maggior parte dei progettisti sceglie: come nel resto del mondo questo approccio penalizza la fiducia nei progetti e in chi li propone rispetto alla modalità “Tutto o niente.”

Le campagne di successo sono spesso create o supportate da ONG che operano sul territorio oppure sostenute da comunità locali preesistenti, come parrocchie e biblioteche.

Nella classifica per raccolta fondi le prime posizioni sono occupate da RainFin, Wealth Migrate e Aqarfunder; questi portali sono caratterizzati dall’essere focalizzati su un settore o una nicchia e dall’avere validi programmi di mentoring che aiutano i progettisti nel creare e gestire le proprie campagne.

Una lista di alcune piattaforme africane con una loro sintetica descrizione può essere trovata in questo post di crowdfundingbuzz.it

Criticità

Tra le ragioni che rallentano la diffusione del crowdfunding in Africa possiamo citare:

  • l‘insufficiente penetrazione di Internet e, di conseguenza, del web e dei social media nel continente africano (rispetto a zone come l’Europa, l’Asia e l’America). Non è un caso se i paesi con il maggior numero di utenti Internet (e Facebook) siano tra quelli leader nel continente nel settore del crowdfunding;
  • la scarsità dei metodi di pagamento disponibili e utilizzati; le carte di credito non sono molto diffuse, PayPal non è presente in tutti i paesi, la fiducia nei pagmenti online è ancora bassa. D’altro canto sono molto utilizzati i metodi di pagamento via cellulare/sms e alcune piattaforme come M-Changa ne permettono l’uso. Ci si muove anche nella direzione di permettere donazioni “cash” attraverso, per esempio, i money tranfer;
  • l’assenza di regolamentazione e legislazione del settore che non aumenta il livello di fiducia in questa forma di finanziamento. Nel 2015 è stata creata la African Crowdfunding Association che si propone di fare attività di lobbying per spingere gli stati ad adottare legislazioni sul crowdfunding semplici, chiare e omogenee.

Prospettive

Malgrado queste criticità, le prospettive per il decollo del crowdfunding in Africa sono decisamente positive, come abbiamo visto dalle proiezioni della Banca Mondiale sulla raccolta prevista nel 2025.

Al netto di questioni tecnologiche e infrastrutturali c’è da considerare l’emergere di una solida classe media (si parla di quasi 350 milioni di persone) e soprattutto dal contributo che il settore può ricevere dall’African Diaspora, vale a dire da tutti gli africani che sono emigrati in altri continenti e che già alimentano con le loro rimesse famiglie ed economie dei loro paesi d’origine.

Non è solo una questione di soldi (anche se intercettare solo una parte dei 35 miliardi di dollari di rimesse annuali — al 2015 – innescherebbe una crescita esponenziale del crowdfunding); investitori provenienti dalla diaspora africana giocano un ruolo chiave nel “normalizzare” la percezione del rischio di questo tipo di finaziamento in tutto il continente.

 

Altre schede

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