Appunti Blockchain

Prima dei bitcoin 1/2 – Breve storia della moneta digitale: dal baratto al Digicash.

In principio vi fu la transazione

Dal giorno in cui un Homo sapiens (o un Homo neanderthalensis?) cedette il proprio strumento di selce per avere un pezzo d’ambra posseduto da un altro sapiens il processo di scambio iniziò. E non si fermò più. Quella che avvenne in quel lontano giorno di decine o centinaia di migliaia di anni fa fu una transazione, intesa sia come accordo tra due parti che come operazione commerciale.

Il primo sistema usato fu il baratto, uno scambio diretto di oggetti con oggetti, di prestazioni (“servizi”) con oggetti o con altre prestazioni. Un metodo semplice e naturale, ideale per piccole comunità con pochi beni da scambiare.

Uno dei limiti di questa operazione di scambio è dato dalla necessità di far coincidere i bisogni delle due parti; se Isotta vuole scambiare il tessuto da lei filato con un’anfora di Tristano, questi deve aver bisogno di quel tessuto. Ma se Tristano ha invece bisogno di una medicina, Isotta dovrà cercare qualcuno che abbia quella medicina e che accetti di scambiarla con il suo tessuto.

In mancanza di comunicazione e coordinamento il baratto può risultare inefficiente. [1]

Molto più tardi nella storia umana si svilupparono altri due sistemi: quello basato sulla moneta e quello basato sul credito.

Con le monete si dà un valore numerico alla merce, si cominciano a definire degli standard condivisi, si ha un metodo di pagamento e una riserva di valore e viene a crearsi un sistema allocativo di mercato, i prezzi.

Le prime monete erano, in realtà, dei beni — delle “commodities” o ancora delle “collectibles” (oggetti collezionabili) — come le conchiglie, il sale o il bestiame (il “pecus” latino, da cui “pecunia”): si parla in questi casi di moneta naturale o moneta-merce. Solo successivamente si diffusero le monete di metalli preziosi che condividevano con le loro antesignane alcune caratteristiche, come quelle di essere trasportabili, difficilmente falsificabili e facilmente valutabili. In ogni caso, la funzione ultima delle monete è sempre stata quella di mezzo per immagazzinare e trasferire ricchezza (Szabo, 2005).

Il sistema basato sul credito prevede che vi sia una “promessa di pagamento” a fronte della presentazione di un documento scritto; le banconote ne sono un esempio, essendo titoli di credito “al portatore”. Ideate dai cinesi ma rese parte integrante del sistema economico dai banchieri fiorentini e fiamminghi.

Entrambi i sistemi hanno i loro svantaggi: le monete sono rischiose da trasportare, i titoli di credito sono a rischio insolvenza, dato che la “promessa” alla loro base potrebbe non essere rispettata.

Ma per secoli sono stati i pilastri del commercio globale. In particolare il denaro “contante” — monete e banconote — offre diversi aspetti positivi: il grande vantaggio del denaro fisico è che chiunque sia in possesso dell’oggetto fisico è automaticamente il proprietario dell’unità di valore; inoltre le transazioni possono essere anonime (tra venditore e compratore non è necessario conoscere le reciproche identità) ed essere effettuate senza il coinvolgimento di una terza parte. (Aleksander Berentsen, 2018) Questi ultimi sono aspetti su cui ritorneremo, perché caratteristiche basilari delle criptomonete.

Tra le molte “invenzioni” che hanno caratterizzato il settore economico e commerciale nel corso dei secoli citiamo ancora la carta di credito, nata nella sua forma moderna nel 1950 negli Stati Uniti. È importante citare la sua comparsa per due ragioni; in primo luogo, è un esempio di sistema di pagamento differito garantito da una terza parte (la società emittente della carta di credito) e, ancor più, decenni dopo, è stata la prima forma di pagamento utilizzata su Internet.

L’era della rete

La comparsa di un canale di comunicazione digitale globale come Internet prima e il web poi ha rapidamente reso il mondo un luogo molto più piccolo e ricco di opportunità di ogni tipo, comprese quelle commerciali.

Nei primi anni ’90 si sperimentano le prime forme di compravendita online. La carta di credito è lo strumento che più si adatta al nuovo mezzo. Ma dare gli estremi della carta di credito a un estraneo magari via email era considerato un atto tra il coraggioso e lo stupido.

La sicurezza delle transazioni digitali muoveva i primi passi e si avvertì l’esigenza di avere degli intermediari affidabili che facessero da tramite tra venditore e acquirente, soprattutto per la gestione dei dati della carta di credito durante la transazione. Uno dei primi tentativi fu fatto da una compagnia chiamata First Virtual; le transazioni avvenivano via email, i dettagli della carta non viaggiavano in rete ma gli accrediti al venditore potevano richiedere mesi.

Verso la metà di quel decennio anche i principali circuiti di carte di credito come Visa e MasterCard si posero il problema dei pagamenti online. Insieme a colossi ICT come IBM, Microsoft e Netscape crearono uno standard chiamato SET (Security Electronic Transaction); questo permetteva l’invio crittografato dei dati via browser a un intermediario, il solo che aveva la possibilità di decrittarli e autorizzare il pagamento. Uno di questi servizi fu CyberCash, che creò anche la prima valuta elettronica, il CyberCoin, adatto a micropagamenti.

Torniamo un momento a un grande beneficio del contante, l’anonimato. La domanda che ci si è posti fin dall’inizio di Internet è stata questa: è possibile creare un equivalente digitale del contante? Il problema degli oggetti digitali, come i file, è che sono facilmente duplicabili. Se una valuta digitale fosse duplicabile, si avrebbe il problema del “double spending” (doppia spesa): la stessa moneta si potrebbe spendere più volte. Ora, si poteva tentare di risolvere il problema inserendo un codice seriale associato a ogni moneta, memorizzando in un server la lista dei codici associati al possessore. Ma così sarebbe venuto meno il requisito dell’anonimato.

Verso la fine degli anni ‘80/ inizio ’90 la nascita dell’internet di massa e delle nuove tecnologie di comunicazione tra cui il mobile favorì anche l’emergere del movimento tecno-libertario cypherpunk (sulla scia del cyberpunk); uno delle sue ossessioni era la privacy e un anonimato che garantisse protezione dal nascente grande fratello digitale.

Nel 1992, in una mailing list del movimento, naturalmente crittografata, un suo esponente, Hal Finney (lo incontreremo di nuovo nel proseguo), scrisse:

Qui ci troviamo di fronte ai problemi di perdita della privacy, computerizzazione strisciante, enormi database, maggiore centralizzazione — Chaum (DigiCash) offre una direzione completamente diversa, mette il potere nelle mani di individui invece che di governi e società: il computer può essere usato come strumento per liberare e proteggere le persone, piuttosto che per controllarle.”

Cit. in (Centomo, 2017)

Chi è Chaum? David Chaum è un informatico che ha sempre cercato strade e soluzioni per donare al mondo digitale l’anonimato perfetto. Già nel 1979 introdusse il concetto di “mix network”: una rete in cui ogni nodo agisce e “mescola” i messaggi in transito, già crittografati, per renderne difficile la tracciabilità. Un concetto che sarà ripreso dai sistemi di comunicazione anonima come Tor e dalla stessa architettura Bitcoin. Ma Chaum non si fermò qui.

Più tardi, nel 1982, Chaum introdusse il concetto di “blind signature” (firma cieca) (Chaum, 2011) in cui un messaggio viene “firmato” — con un sistema di crittografia a chiave pubblica/privata — senza la necessità di avere informazioni sul messaggio stesso, garantendo l’anonimato. Nel 1990 fondò DigiCash, una compagnia attraverso la quale mise in pratica quanto teorizzato inventando, in pratica, il primo sistema per pagamenti online. Mise anche sotto brevetto la blind signature, limitando fortemente le sperimentazioni. Ma un gruppo di crittografi crearono una versione “hackerata” di questa proto-valuta digitale, chiamata MagicMoney.

DigiCash non ebbe il successo sperato perché non raggiunse mai la massa critica necessaria di venditori che accettasse questo sistema di pagamento.

Esisteva comunque un problema di fondo legato al concetto di valute digitali: non erano autonome, sganciate cioè da valute reali come il dollaro e dalle loro fluttuazioni direttamente legate a quel sistema economico-finanziario detestato dalla gran parte degli sperimentatori di quel periodo (e di quelli successivi).

Inoltre, per creare una valuta occorre che questa sia un bene scarso, non facilmente ottenibile, che le conferisca valore.

Curiosamente una possibile soluzione per creare “difficoltà artificiale” rendendo difficile coniare monete digitali venne dalle email spam, o meglio dall’esigenza di limitarne la diffusione. Già nel 1992 questo problema era sentito e i crittografi Dwork e Naor proposero che, prima che un utente inviasse un email, il suo computer dovesse risolvere un puzzle matematico che lo tenesse occupato per qualche secondo. Poco danno per utenti normali che inviano poche email, tanto per gli spammer da migliaia di email. Dopo aver risolto il puzzle, una “prova della risoluzione” veniva allegata all’email. Senza, la mail sarebbe stata rifiutata dal destinatario. Era stata ideata la prima “proof of work” che diventerà un pilastro algoritmico dei Bitcoin. Il concetto del puzzle matematico applicato alle email venne ripreso anche nel 1997 da Adam Back con il nome Hashcash.

Passo dopo passo l’idea di una valuta digitale autonoma si stava concretizzando.

Un altro componente chiave venne teorizzato da Haber e Stornetta nel 1991. Essi proposero un sistema per apporre una marca temporale affidabile a un documento elettronico. Un server si sarebbe occupato di inserire nel file, a mo’ di firma, un “timestamp” e un link al precedente documento “certificato”. L’idea di una successione, di una catena di documenti digitali stava anch’essa prendendo piede.

A questo punto si disponeva di due ingredienti per creare un’eventuale moneta digitale: un sistema di marca temporale e il concetto di proof of work per rendere computazionalmente onerosa un’operazione altrimenti semplice.

Un altro ingrediente fondamentale è già stato citato: la crittografia. Ne parleremo nella seconda parte.

Originariamente pubblicato su the grove -Medium


Note

[1] Il baratto resiste tuttora in diverse forme, nel mondo digitale e non. Del resto, lo scambio di regali a Natale non è forse un baratto?


Riferimenti

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Chaum, D. (2011, 06 07). Blind Signatures for Untraceable Payments. Retrieved 03 09, 2018, from the Isoblog: http://blog.koehntopp.de/uploads/Chaum.BlindSigForPayment.1982.PDF

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